L’Unione Astrofili Italiani scende in campo contro il progetto Starlink di Musk

13 Giugno 2019 / Commenti disabilitati su L’Unione Astrofili Italiani scende in campo contro il progetto Starlink di Musk

Scienza&Spazio

Anche l’Unione Astrofili Italiani (UAI) esprime forti dubbi e viva preoccupazione per le modalità di attuazione del progetto Starlink di Elon Musk i cui primi 60 satelliti sono stati messi in orbita a fine maggio ma che sarà composto, entro il 2027, da 12.000 corpi in grado, secondo il target prefissato, di portare internet in tutto il globo.

Le problematiche e le controindicazioni, poste alla base di questa contrarietà, sono molteplici e non solo di tipo scientifico.

In primis, e secondo calcoli già elaborati dagli scienziati, la già affollata flotta di satelliti in orbita intorno alla Terra, circa 2000 unità operative, verrà aumentata in pratica di 6 volte con tutte le conseguenze di “traffico spaziale” e rischi da collisione non solo tra loro ma anche con vettori in fase ascensionale o con la ISS.

Se poi sommiamo questa armata privata di Musk ai 16.000 “space debris” abbandonati nello spazio, per cui ancora non è stato elaborato un piano di rientro, ci si rende conto di come lo spazio sia divenuto terra di conquista e terra di nessuno.

Non trascurabile il problema dell’inquinamento luminoso in quanto gli 11.927 satelliti (disposti ad orbite di 340 Km, 550 Km e 1200 km), saranno visibili per buona parte della notte anche se non tutti nello stesso momento e dagli stessi luoghi. Complessivamente l’effetto di questi satelliti sarà cumulativo ed il numero totale di essi osservabili in una notte sarà circa di 1.200. In pratica, entro i ± 50° di latitudine si potranno osservare mediamente 0.35 satelliti/grado quadrato di cielo ossia un satellite ogni circa 3 gradi quadrati, verso ovest alla sera e verso est al mattino. Un oggetto noto come la Grande Nebulosa di Orione che misura in cielo un’area di circa 0.92 gradi quadrati, durante un’intera notte osservativa avrà una probabilità di 1:3 di essere attraversato da uno dei 12.000 satelliti Starlink.

Anche se non visibili direttamente ad occhio nudo rappresenteranno un ostacolo per riprese fatte, anche con modesti strumenti, interferendo non solo al livello visuale ma anche fotometrico.

Analogo discorso può farsi con riferimento all’osservazione radioastronomica. Gli Starlink potranno costituire un serio problema in quanto comunicheranno con il suolo usando onde radio con frequenze attorno ai 10 Ghz. Tali comunicazioni potrebbero creare interferenze con le osservazioni fatte attraverso i radiotelescopi infatti la frequenza di 10 GHz, sebbene non cada in una banda allocata dall’organismo internazionale ITU che riserva tratti di spettro elettromagnetico (sebbene spesso non in forma prioritaria) allo studio del cielo.

Ciò costituirà un serio problema per quegli strumenti già dotati oggi di ricevitori a quella frequenza, utilizzati per lo studio della radiazione termica del cielo radio. Infine, non trascurabile statisticamente, sono le condizioni di “fault” che potrebbero sopraggiungere in numero considerevole su una popolazione di 12.000 oggetti che potrebbero driftare e “inquinare” con le loro trasmissioni nelle finestre radio attigue che tutt’oggi sono protette dall’ITU per lo studio di importanti righe spettrali radio di oggetti celesti.

La messa in orbita di cosi tanti satelliti aggrava la situazione di affollamento spaziale in un contesto in cui nulla è stato ancora deciso, in campo internazionale, per colpa degli organismi politici e scientifici sovranazionali, sostanzialmente inerti di fronte al potere di chi ha il monopolio dei lanci spaziali, in testa gli USA che, peraltro, hanno supportato il progetto Starlink.

E’ lecito poi nutrire qualche dubbio sul fatto che un unico soggetto privato debba avere, di fatto, il totale controllo di questa rete informativa planetaria con il transito, nei suoi satelliti, di tutti i dati e le informazioni che verranno scambiati quotidianamente. Il rischio di schedatura e di occhio planetario su tutto e tutti non può essere trascurato.

Per tutti questi motivi l’UAI auspica che si formi un vasto e determinato coordinamento dei vari Enti di ricerca e non solo, in campo mondiale, per chiedere all’ONU e all’ISCU di intervenire con una regolamentazione che, oltre a risolvere il problema dei detriti spaziali, non più procastinabile, stabilisca dei limiti ecocompatibili e rispettosi delle attività di ricerca svolte a terra per tutti i progetti da avviare nello spazio.