L’opposizione di Marte

13 Ottobre 2020 / Comments (0)

Occhi al Cielo

Articolo a cura di Vincenzo della Vecchia – Responsabile della Sezione di Ricerca “Pianeti” dell’UAI – pubblicato sul numero 248 di Coelum

Marte è uno dei pianeti più amati tra quelli del nostro Sistema Solare, non solo dagli addetti ai lavori e dagli appassionati astrofili ma anche dalla gente comune. In passato si arrivò a pensare addirittura che una civiltà intelligente abitasse il pianeta. Benché queste idee abbiano ormai fatto il loro tempo, è innegabile che Marte presenti diverse affinità con la Terra, molte di più dell’infernale Venere e del rovente Mercurio che pure appartengono alla famiglia dei pianeti di tipo terrestre. Innanzitutto il periodo di rotazione è sorprendentemente simile al nostro (solo 37 minuti più lungo), e anche l’inclinazione dell’asse di rotazione sul piano dell’orbita è vicina ai 23,5° della Terra, determinando effetti stagionali del tutto analoghi. Questi ultimi, oltre che ben marcati, avvengono su una scala larga abbastanza da renderli accessibili anche ai telescopi amatoriali, come vedremo in dettaglio tra poco.

Dal punto di vista osservativo, Marte si distingue dagli altri pianeti già a occhio nudo, essendo l’unico tra essi a esibire un marcato colore rossoarancio (fu certamente per questa caratteristica che già i Babilonesi e poi i Greci e i Romani lo associarono al sangue e alla guerra). Diversamente dagli altri due pianeti terrestri, che sono avari di dettagli all’oculare, Marte presenta delle caratteristiche ben evidenti anche ai piccoli strumenti. Sulla superficie ocra del pianeta si notano delle zone scure (note come “macchie d’albedo”) di varia estensione e morfologia, mentre ai poli – osservando nel giusto periodo – sono evidenti delle brillantissime calotte ghiacciate, che differiscono da quelle terrestri in quanto composte non solo da acqua ma prevalentemente da anidride carbonica allo stato solido. Con l’avanzare della primavera marziana esse si sciolgono (un evento detto “regressione delle calotte”), dando luogo a uno dei fenomeni più affascinanti della meteorologia marziana, nel quale è impossibile non vedere un parallelismo con i cicli terrestri. Così come la nomenclatura lunare oggi adottata è largamente tributaria verso un italiano, padre Giovanni Battista Riccioli (1598-1671), anche per le formazioni marziane astrofili e astronomi di tutto il mondo utilizzano tuttora i nomi classicheggianti coniati due secoli fa da Giovanni Virginio Schiaparelli (1835-1910), uno dei più illustri scienziati che il nostro Paese abbia avuto.

Schiaparelli, Marte e i “canali”

La storia delle osservazioni schiaparelliane di Marte e dei suoi celebri “canali” costituisce un capitolo ormai classico della storia dell’astronomia, un capitolo che merita uno spazio maggiore di quello che possiamo dedicarvi qui. Ci interessa in questa sede lo studio sistematico della superficie marziana al telescopio, che Schiaparelli intitolò areografia (da Ares, nome greco di Marte) e della quale fu di fatto il fondatore. Laureato a Torino in ingegneria all’età di soli 19 anni, Schiaparelli ebbe doti d’ingegno non comuni e fu uomo dalla grandissima e poliedrica erudizione. A tante capacità si accompagnava una altrettanto non comune modestia. Il fisico Pietro Blaserna scrisse di lui: «A sentirlo parlare, egli non aveva fatto niente, ed era sempre sorpreso che qualcuno o qualche grande accademia lo trattasse come un’illustrazione della scienza. Io non ho mai visto un uomo così modesto». Oltre agli impegni quotidiani derivanti dalla carica di Direttore dell’Osservatorio di Brera, che ricoprì per quasi quarant’anni, alle 11.000 misurazioni di stelle doppie e a importanti studi sulle comete, Schiaparelli trovò il tempo di occuparsi anche di storia dell’astronomia, aiutato dalla conoscenza di svariate e astruse lingue morte che gli consentiva di attingere a fonti di prima mano. Basti accennare – per dare un’idea della statura del personaggio – che era in grado di leggere le tavolette cuneiformi dove i Caldei avevano annotato le loro importanti osservazioni astronomiche. Fu in corrispondenza della grande opposizione marziana del 1877 che Schiaparelli poté iniziare il proprio lavoro di mappatura sistematica del pianeta, che si impose ben presto come il più particolareggiato realizzato fino a quel momento. Equipaggiato con un rifrattore Merz di 20 cm prima, di 49 cm poi, l’astronomo italiano credette di vedere una rete di strutture lineari che collegavano le macchie scure e che chiamò “canali”. Inizialmente, Schiaparelli fu cauto sulla loro natura, ritenendoli reali e deputati al trasporto dell’acqua dai poli verso l’interno arido del pianeta, senza pronunciarsi su eventuali artefici intelligenti di tali infrastrutture. Ma l’idea era affascinante e lo stesso Schiaparelli ne rimase certamente sedotto, come dimostrano alcuni suoi scritti. Ad ogni modo, fu un errore di traduzione – per assonanza forse non del tutto scevra da sensazionalismo – a rompere definitivamente gli indugi. I lavori su Marte di Schiaparelli non tardarono ad arrivare all’estero, dove la sua fama era peraltro già consolidata. Però, il termine “canali” venne tradotto non con channels (canali naturali) ma con canals (canali artificiali), con il che i marziani fecero definitivamente il loro ingresso nell’immaginario collettivo. Le mappe moderne non recano traccia dei canali schiaparelliani, i quali erano in verità delle  illusioni ottiche derivanti in parte da condizioni di seeing e strumentali non ottimali, in parte dallo sforzo di identificare delle strutture definite al limite della percezione visiva. Della realtà dei canali dubitarono già alcuni contemporanei, tra cui il teramano Vincenzo Cerulli che aveva notato come (ad esempio) i canali fossero meglio visibili quando il pianeta era più lontano, il che deponeva assai male a favore della loro concreta esistenza. Sotto l’incalzare di simili osservazioni negative da parte di altri astronomi (tra cui il grande Eugène Antoniadi), che al posto dei canali vedevano serie di macchie sfumate, lo stesso Schiaparelli riconobbe il proprio errore, come attesta una lettera allo stesso Cerulli datata 1907. La speranza che Marte fosse davvero abitato, alimentata dalla fervida fantasia di scrittori di fantascienza e divulgatori, perdurò sempre più flebile fino agli anni ’60-’70, quando le sonde Mariner 4 e 9 mostrarono l’ambiente freddo e arido del pianeta, oltre che l’assenza di acqua liquida in superficie. Sono in uso oggi molte mappe telescopiche di Marte, più o meno dettagliate. Assai utile per l’astrofilo è la mappa disegnata dall’italiano Mario Frassati (una delle mappe ufficiali dell’Unione Astrofili Italiani) che risale al 2001 ed è quindi una delle più aggiornate tra quelle disponibili. La nomenclatura adottata nelle mappe è, come si diceva, ancora in gran parte quella originaria di Schiaparelli, che diede in questa occasione libero sfogo alla propria cultura umanistica usando “nomi di geografia poetica e archeologia mitica”. Troviamo così, ad esempio, la Grande Sirte (Syrtis Major) una delle formazioni più note e caratteristiche, il Mare Tyrrhenum, e la Nix Olympica, che sormonta la montagna più imponente dell’intero Sistema Solare: il Monte Olimpo, alto tre volte l’Everest.

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