L’osservazione visuale di Mercurio

In quanto pianeta “interno”, Mercurio si presenta esattamente come Venere, salvo il fatto di essere ancor più vicino al Sole: non se ne discosta più di 18 o 28 gradi a seconda che le elongazioni avvengano in corrispondenza del perielio o dell’afelio. Il periodo sinodico (cioè l’intervallo di tempo impiegato dal pianeta per tornare nella stessa configurazione, rispetto alla Terra) di circa 116 giorni fa sì che nel corso di un anno terrestre si succedano 6 o 7 elongazioni, non tutte egualmente favorevoli per gli osservatori situati alle latitudini temperate Nord, in relazione all’inclinazione dell’Eclittica sul piano dell’orizzonte. Per rintracciare il pianeta a occhio nudo, le migliori opportunità cadono alla sera durante le Elongazioni primaverili e al mattino durante quelle autunnali, nonostante che esse avvengano in corrispondenza del perielio.

In pratica il disco apparente di Mercurio varia tra 5 e 10 secondi d’arco, e mentre l’ aspetto falcato è alla portata di qualsiasi strumento, la possibilità di osservare con profitto l’elusivo pianeta è legata all’utilizzo di un telescopio di almeno 15-20 cm di diametro unitamente ad eccellenti condizioni di seeing. Queste ultime dipendono anche dall’altezza dell’astro sull’orizzonte: di qui l’opportunità di osservare alla sera o al mattino col Sole anche alto sull’orizzonte (raramente il seeing è buono intorno a mezzogiorno). Per puntare il Pianeta in pieno giorno valgono le procedure descritte per Venere, con l’avvertenza che l’impresa diviene ardua allorchè la magnitudine, diminuendo, si approssima al valore 1, cosa che avviene quando la fase scende sotto il 30%: contrariamente a Venere, Mercurio raggiunge infatti la massima luminosità in prossimità della congiunzione superiore, quando si presenta di aspetto gibboso, ed è possibile osservarlo anche a meno di 10 gradi dal Sole. La maggiore luminosità favorisce i contrasti, e le macchie mercuriane risultano meglio osservabili sul dischetto gibboso piuttosto che in fase falcata.

 

Mappa di Mercurio di E.M. Antoniadi (1934)

Denominazione ufficiale IAU delle macchie d’albedo di Mercurio (1977)

 

Mercurio è un piccolo corpo roccioso, sostanzialmente privo di atmosfera, di aspetto apparentemente assai simile alla Luna di cui è anche non molto maggiore per dimensioni. Il periodo di rotazione è semi-bloccato su quello di rivoluzione, ovvero compie tre rotazioni ogni due rivoluzioni. La rotazione è dunque piuttosto lenta, e le difficili macchie mercuriane sembrano accompagnare lo spostamento del terminatore. Di qui la difficoltà della sua determinazione che fu prima ritenuta analoga a quella terrestre, poi sincrona (Schiaparelli) e infine accertata (58,65 giorni) per mezzo di osservazioni radar. L’errore di Schiaparelli ed ancor più di Antoniadi, il quale ne confermò pienamente i risultati a seguito di un’intensa campagna di osservazioni condotta col grande rifrattore di Meudon, si deve probabilmente a un’altra coincidenza numerica. Le migliori condizioni di osservazione (alla sera come al mattino) ricorrono ogni 348 giorni, che corrispondono quasi esattamente a quattro periodi di 88 giorni e a sei di 56 giorni, col risultato che il pianeta mostra in ognuna di queste occasioni le stesse longitudini. Al telescopio Mercurio appare come un dischetto giallo-rosato, simile alla Luna se avesse un diametro più ridotto di quello osservabile ad occhio nudo ; l’analogia comprende l’aspetto delle macchie che appaiono come una via di mezzo tra le deboli ombreggiature venusiane e i più marcati mari marziani. Un forte ingrandimento è inevitabile, e l’ uso di un paraluce, lungo non meno di tre volte il diametro, permette di staccare meglio il disco planetario dal fondo cielo. Le osservazioni di Mercurio ricalcano in qualche misura quelle di Venere: fermo restando l’uso del filtro giallo W15, è raccomandabile la sperimentazione di altri filtri, il controllo della fase, delle cuspidi, e delle macchie d’albedo. Per le stime d’ intensità conviene utilizzare la scala standard da 1 a 10.

La mancanza di atmosfera, o la sua estrema rarefazione, sembra escludere l’eventualità di fenomeni temporanei, e lascia perplessi la convinzione che i grandi osservatori del passato avevano circa la realtà e la frequenza di nubi o veli (per Antoniadi si trattava di polveri in sospensione) che oscurano parti del disco , o si manifestano come macchie luminose preferibilmente al lembo. Rispetto alle macchie più stabili, gli osservatori hanno sempre manifestato un notevole accordo: la verifica e il confronto con le immagini trasmesse dalle sonde costituisce dunque un interessante campo d’indagine.

Per quanto riguarda la denominazione delle macche d’albedo telescopiche, la nomenclatura ufficialmente accolta dalla IAU era largamente tributaria di quella di Antoniadi, il quale a sua volta trasse ispirazione dai miti greci relativi ad Hermes (l’equivalente greco di Mercurio). La cartografia attuale di Mercurio differisce invece sostanzialmente dalle mappe storiche a causa della massa di dati proveniente dalle sonde, cui ha fatto seguito anche un aggiornamento dei nomi.  

Mercurio è un pianeta relativamente trascurato dall’esplorazione spaziale, essendo stato oggetto solo di tre missioni: Mariner 10 (1974-1975) che ne mappato il 45% della superficie, e MESSENGER (ingresso in orbita nel 2011) con il quale la mappatura del pianeta è stata completata. Attualmente in corso è la missione BepiColombo, il cui ingresso nell’orbita di Mercurio è previsto per dicembre 2025. 

Il programma Mercurio della Sezione Pianeti UAI è nato nel 1995. Il principale interesse nell’osservazione, visuale e fotografica, del difficile pianeta consiste nel confronto delle macchie d’albedo registrate con quello delle mappe, mentre appare al momento difficile che l’amatore possa dare un contributo rilevante alla conoscenza scientifica del pianeta.

Le ombreggiature risultano meglio visibili utilizzando aperture di 20 cm o maggiori, tuttavia in condizioni di seeing buono anche rifrattori di 8 – 10 cm sono in grado di discernere “qualcosa” sul sempre piccolo disco di Mercurio. Il pianeta appare spesso basso sull’orizzonte, tanto che a molti osservatori appare di colore giallo-arancio probabilmente solo a causa dell’assorbimento atmosferico, essendo il suo reale colore grigiastro come quello della Luna.

Altri campi di ricerca possibili per gli astrofili sono la misura della fase per la verifica del possibile effetto Schröeter inverso (la dicotomia serale si verifica in ritardo e quella mattutina in anticipo rispetto ai momenti previsti), lo studio dell’estensione anomala delle cuspidi, presenza di cuspidi tronche, calotte polari luminose, luminosità al lembo, macchie brillanti sul disco, aree chiare nella zona notturna del pianeta e irregolarità sul terminatore.