Il cielo dei navigatori – Geografia e astronomia

15 Marzo 2020 / Commenti disabilitati su Il cielo dei navigatori – Geografia e astronomia

Astronomia Pillole di teoria Storia e Mitologia

Alle origini della Geografia

Il geografo, fin dall’antichità, riuscì a realizzare il mitico sogno di Icaro: vedere la Terra dall’alto. Poi vennero le mongolfiere, gli aerei, le navi spaziali e molti altri poterono vedere, con i loro occhi, ciò per cui Icaro aveva pagato con la vita. Il geografo all’inizio fece uso solo della sua memoria e della sua immaginazione, per rappresentare la forma delle terre utilizzando, in parte la sua esperienza, ma più che altro i racconti dei viaggiatori.

La Terra secondo le descrizioni di Omero

Alcuni vogliono vedere in Omero il primo grande geografo, che non disegna, ma racconta la Geografia. I suoi due grandi poemi, l’Iliade e l’Odissea, sono anche testi di “Geografia narrata”. Ma Omero deve essere ricordato anche per aver dimostrato l’utilità di conoscere la Geografia: un esempio è dato dalla misera figura che fece il grande Agamennone che, partito per saccheggiare la Troade, distrusse la Misia, avendo sbagliato rotta.

La Terra secondo un ignoto cartografo babilonese del VII secolo a.C. I due cerchi rappresentano le sponde del fiume Oceano. I piccoli cerchi all’interno indicano regni confinanti.

Anche in Babilonia la Geografia rivestiva un ruolo molto importante nella vita civile. Nelle grandi raccolte di tavolette di terracotta, trovate in quella città, molte rappresentano piante di città, altre sono delle vere e proprie carte stradali.. Una tra queste era così precisa nell’indicare le strade della città di Nippur che venne utilizzata, con successo, in una spedizione archeologica.

I portolani

Nel mondo greco, fino al V secolo a.C. la Geografia è basata su una serie di conoscenze di luoghi, tramandate da un viaggiatore all’altro. Da questo sapere puramente descrittivo, nascono i primi portolani detti peripli in cui si descriveva la morfologia delle coste, la posizione delle foci dei fiumi, dei promontori, degli approdi, gli usi e i costumi dei diversi popoli. L’unità di misura delle distanze era semplicemente il giorno di navigazione. Tanto erano radicati questi peripli, nella cultura del popolo greco, che anche gli Dei, nelle leggende, per spostarsi da un luogo all’altro, si basavano su di essi.

Il primo geografo a redigere una carta, “pinax” in greco, dell’intero mondo abitato fu Anassimandro di Mileto, vissuto nel IV secolo a.C. Poco dopo Ecateo perfeziona questa carta integrandola con una descrizione di tutti i popoli conosciuti. In seguito furono le esigenze militari, legate alle conquiste di Alessandro, e poi la necessità di organizzare il suo immenso regno, a sviluppare la ricerca geografica e a spingere i geografi a trovare nuovi modi di rappresentazione della superficie terrestre. Questa ricerca culminò con la Geografia di Claudio Tolomeo.

Se nel mondo ellenistico la precisione della matematica si sposava con l’osservazione degli astri e ne derivava l’Astronomia matematica e la Geografia scientifica, nel mondo romano le carte geografiche ebbero una funzione essenzialmente pratica, la funzione che, nei tempi moderni, ha l’atlante stradale. In questa senso Strabone, che scrive la sua Geografia tra la morte di Augusto e il regno di Tiberio, pur essendo influenzato dalla cultura greca, è un caratteristico testimone dell’atteggiamento pragmatico dei Romani. E non a caso scrive che la Geografia deve essere, innanzi tutto, rivolta alle necessità della vita politica perché la terra e il mare che abitiamo costituiscono lo spazio delle azioni umane…. [e quindi]… tutta la Geografia si rivolge all’esercizio del potere. Questo concetto è il fondamento su cui si basa la grande carta esposta da Agrippa in Campo Marzio, una ricostruzione medioevale della quale è nota a noi come “tabula peutingeriana”.

Porzione della “Tabula Peutingeriana”

Claudio Tolomeo e la Geografia dell’ “Ecumene”

laudio Tolomeo visse in Alessandria nel II secolo d.C. al tempo, dell’imperatore Adriano. Fu un grande astronomo e un grande geografo. Una delle sue opere più importanti si intitola, appunto, la “Geografia”. La parte più consistente di questo libro è costituita da una lista di luoghi citati con le loro coordinate geografichelatitudine e longitudine, insieme con una breve descrizione delle caratteristiche topografiche salienti di ciascuno di essi. Certamente questo elenco di luoghi doveva essere accompagnato, nel manoscritto originale, da alcune carte geografiche, che non sono giunte sino a noi. Tolomeo, tuttavia, ben prevedendo che le carte da lui disegnate sarebbero state irrimediabilmente copiate male, fino a diventare illeggibili nelle successive copie del suo manoscritto, si preoccupò di fornire il metodo per riprodurle correttamente, ovvero descrisse il sistema di proiezione da lui adottato per rappresentare la sfera terrestre su una superficie piana . Il libro I della Geografia è difatti dedicato a descrivere il metodo di disegno di una carta di tutte le terre emerse, mentre il libro VIII spiega come fare a ottenere, da questa carta generale altre sei carte più dettagliate.

Secondo Tolomeo il mondo abitato, detto anche l'”ecumene”, dalla parola greca “oikomene” che significa appunto abitato, copre un’estensione di 180° in longitudine, dal meridiano 0, quello delle isole Fortunate (ovvero le isole Canarie), e in latitudine si estende da 16° 25′ Sud fino a 63° Nord. Naturalmente le descrizione dei luoghi e le posizioni date da Tolomeo in alcuni casi risultano grossolanamente sbagliate o molto approssimate. Perfino i confini dell’impero romano erano molto incerti a quel tempo, ed anche la forma dei continenti allora noti, Europa, Africa e India era errata. Prima di Tolomeo, solo l’astronomo Ipparco aveva dato liste di luoghi con le loro coordinate geografiche e le conoscenze non erano molto aumentate ai tempi di Tolomeo. Sia le misure di latitudine che di longitudine richiedevano accurate osservazioni astronomiche che, raramente, venivano compiute. Le misure di longitudine erano basate su osservazioni contemporanee di eclissi lunari che dovevano essere organizzate con ampio anticipo. Sembra che di queste osservazioni Tolomeo ne abbia avuta a disposizione una sola. Si tratta dell’eclissi di Luna del 20 Settembre del 331 a.C., osservata ad Arbela in Assiria e a Cartagine. Sfortunatamente un errore nell’osservazione di Arbela fece concludere a Tolomeo che, tra i due siti, esisteva una differenza di tre ore invece delle due reali. Questo errore portò ad una distorsione del Mediterraneo, ovvero ad un allungamento della parte orientale di questo mare. Per il resto Tolomeo dovette fidarsi dei resoconti dei viaggiatori e dei carovanieri, stimando le distanze in base ai giorni di viaggio necessari per raggiungere le località riportate nella carta. Nonostante tutti questi problemi, il testo della “Geografia” di Tolomeo rimane uno delle grandi manifestazioni dell’ingegno umano.

Planisfero disegnato secondo la proiezione di C. Tolomeo da Niccolò Germano. La parte settentrionale è stata ampliata per rappresentare la penisola scandinava

La navigazione astronomica al tempo degli antichi Greci

Nel libro X dell’Odissea, Omero ci parla della città di Lamo, città che si trova nelle zone settentrionali della Terra (infatti Omero ci indica che in quelle terre un pastore insonne, potrebbe ottenere due paghe, una per il giorno e un’altra per la notte che è luminosa), nella quale durante l’estate, il crepuscolo della sera si congiunge con quello della mattina. Probabilmente questa citazione di una città molto settentrionale si deve a reminiscenze fenice. È ormai accertato che i Fenici si spinsero fino alla parte meridionale dell’Inghilterra, probabilmente navigando sempre sotto costa. Queste lunghe escursioni implicano una buona conoscenza di Geografia astronomica. Per lo più utilizzavano l’astronomia per determinare la latitudine attraverso l’ampiezza del circolo artico. In quell’epoca la stella Arturo descriveva proprio un circolo artico nelle isole Cassiteridi poste nella parte meridionale dell’Inghilterra. Sappiamo addirittura che il navigatore Pitea, della colonia greca di Massalia (la moderna Marsiglia) asserì di avere osservato il Sole sul circolo artico. Strabone narra che solo i fenici erano capaci di navigare fino alle isole Cassiteridi, mantenendo il segreto di tale navigazione. Nell’Odissea (V 270-277) Omero ci descrive la navigazione d’alto mare di Ulisse dall’isola di Ogigia a quella dei Feaci (Corfù?). La navigazione è definita dalle parole di Calipso con grande precisione: il nocchiero avrebbe dovuto mantenere le Pleiadi a destra e Boote a sinistra, mentre l’Orsa sarebbe dovuta rimanere sempre a sinistra. La rotta quindi andava da Sud-Ovest a Nord-Est. Vediamo quindi che già al tempo in cui si consolidano i poemi omerici le stelle erano ampiamente utilizzate per navigare, anche se solo per trovare e seguire la rotta e stabilire la latitudine dei luoghi.

In epoca classica, ebbero grande importanza le rotte che collegavano il golfo di Corinto alla Sicilia. Tutti i traffici tra la Grecia e la Magna Grecia passavano da qui. I Greci non avevano i mezzi tecnici per tagliare l’istmo di Corinto, ma avevano costruito una specie di strada su cui trascinavano le navi per farle passare dal mare Egeo al mare Ionio e, una volta tornate in acqua a Corinto, continuavano la navigazione, senza dover circumnavigare il Peloponneso. Dalla semplice analisi di una carta geografica si vede che la rotta Corinto-Messina è una rotta a latitudine costante, e quindi la navigazione era facilitata dal fatto che si navigava tenendo sempre alla stessa altezza il polo nord celeste, che allora, si badi, a causa del fenomeno della Precessione degli Equinozi, non era molto vicino a quella stella che oggi noi chiamiamo Polare, ma piuttosto alla stella beta dell’Orsa Minore, Kochab. Si partiva di sera per utilizzare la brezza di terra, alla mattina si era già fuori dal golfo di Corinto e a poppa si poteva ancora distinguere il monte Enos. Il sole nascente a poppa, avrebbe confermato la corretta rotta della nave, come pure al tramonto si sarebbe trovato a prua. Un’altra notte sarebbe passata sempre con l’occhio vigile del nocchiero a scrutare l’altezza della stella beta dell’Orsa minore, e poi alla mattina si sarebbe scorto l’Aspromonte e più sulla sinistra, grandioso, l’Etna.

La Geografia Araba

I geografi munsulmani studiarono a fondo la Geografia di Claudio Tolomeo che per tutti divenne il testo base da integrare con le nuove scoperte. Il primo grande geografo munsulmano fu Hishan Ibn Al-Kalbi che visse all’inizio del IX secolo ed ebbe fama e notorietà per lo studio geografico della penisola arabica. Tuttavia, il geografo arabo più importante di questo periodo fu Muhammad Ibn Musa al-Khwarazmi, famoso matematico ed astronomo, che pubblicò un’opera di impostazione simile alla Geografia di Claudio Tolomeo, intitolata “Figura della Terra”. In questo stesso secolo venne stabilito un regolare servizio di posta e le comunicazioni stradali si intensificarono. Per facilitare gli spostamenti furono pubblicati a più riprese degli atlanti stradali, ad opera dei filosofi e geografi di corte.

I secoli IX e X videro anche l’inizio della navigazione dell’Oceano indiano da parte degli Arabi. È di questo periodo la prima descrizione della Cina, basata su i racconti dei commercianti che avevano aperto là nuovi centri di scambio. Furono questi viaggi a dare origine alla leggenda di “Sinbad il marinaio” e delle “Mille ed una Notte”. Nel X secolo i nuovi itinerari cominciarono ad includere anche il Volga e il Caspio e, sempre in questo periodo, vide la luce un rilevante testo di geografia in lingua persiana dal titolo, “I confini del mondo”. In Persia nel secolo successivo il grande matematico al-Biruni compose altre opere geografiche importanti, tra cui la più notevole è “Il libro sulla demarcazione dei limiti e delle aree”.

Il XII secolo fu caratterizzato dalla pubblicazione di libri in cui erano descritti i grandi viaggi per mare che si andavano organizzando. Molti geografi di questo periodo lavorarono in paesi occidentali, come Al-Zuhri che a Granata scrisse una famosa “Geografia”. Ma il geografo più famoso di questo secolo e forse anche il più grande di tutto il medioevo, sia munsulmano che cristiano, fu Abu Abdallah al-Idrisi, nato a Ceuta nel 1101 e cresciuto alla corte normanna di Palermo. Nel XIII secolo continuarono ad apparire molte opere a carattere geografico ma, lentamente ormai, l’interesse del mondo arabo per la geografia si andava spegnendo.

Geografia e fantasia nel medioevo

La Geografia, come si era andata perfezionando nell’età classica, era una scienza che viveva solo perché era direttamente collegata alla realtà contemporanea, di grandi spostamenti di uomini e di mercanzie, di spedizioni militari, di corrieri postali che trasportavano missive dagli angoli più remoti dell’impero fino a Roma “capo del mondo”. Con le invasioni barbariche e il conseguente disfacimento del sistema di collegamenti legato all’esistenza dell’impero, la Geografia perde d’interesse. Le comunità diventano sempre più isolate le une dalle altre e non si sente più la necessità di tramandare le informazioni sulla disposizione delle terre e delle strade. Non si può dire, tuttavia, che si restrinse l’orizzonte geografico, perché anche nel medioevo si continuò a viaggiare, e se gli Arabi furono grandi viaggiatori, analogamente lo furono i Bizantini. Non ci furono tuttavia centri culturali universali in cui operare l’unione e l’elaborazione delle diverse informazioni. Non ci furono più luoghi come Mileto, Alessandria e Roma. Nel Medio Evo i centri culturali sono concentrati nei conventi, in cui lo spirito di osservazione e l’interesse per i fenomeni naturali, basi fondamentali della scienza geografica, come di tutte le altre discipline, sopravvivono ma affievoliti. Nell’ambiente bizantino si leggono opere del IV e V secolo d. C. e, nel XII secolo, l’opera di Eustazio. Nel mondo occidentale si ebbero opere minori come quelle di Rabano, del venerabile Beda che furono astronomi anche se interessati più che altro al “computo dei calendari”. Gran parte di queste opere tendono ad interpretare la forma della terra in modo da non contraddire la Bibbia.

L’universo come il tabernacolo del Tempio, all’interno le terre emerse. Da Cosma Indicopleuste, Topographia Christiana, Firenze – Biblioteca Laurenziana

Si arriva a mettere in dubbio la sfericità della Terra e a considerare assurda l’esistenza degli antipodi. Tutti si erano convinti che la zona equatoriale della Terra (la zona Torrida) fosse inabitabile. Questo atteggiamento influenza anche l’aspetto delle carte geografiche che, nel Medio Evo, non hanno più il fine di rappresentare, nel modo più fedele possibile la forma delle terre emerse, ma bensì quello di schematizzare la loro suddivisione concettuale, indipendentemente dal loro aspetto. Regioni notissime come l’Italia e la Grecia venivano distorte fino a renderle irriconoscibili, ed il rapporto tra le dimensioni fu completamente trascurato. Le terre appaiono popolate da mostri terribili e animali meravigliosi; appare il Paradiso Terrestre e luoghi leggendari come Gog e Magog.

La Geografia della Divina Commedia

La Terra è per Dante una sfera la cui superficie è costituita dalle terre emerse e dalle acque. Le terre emerse sono tutte raggruppate e formano l’Ecumene: questo si estende in longitudine per 180° e occupa l’intervallo di latitudine che va dall’equatore al circolo polare artico (ha la forma di mezza zona sferica). Al centro dell’ Ecumene c’è Gerusalemme (Jerusalem in medio gentium dice la Bibbia). Il confine occidentale è rappresentato dalla Spagna e dal Marocco, quello orientale dalle coste dell’Asia. Gerusalemme è alla latitudine di 32° nord e questo conferma la sua posizione centrale. Agli antipodi di Gerusalemme, quindi al centro delle acque, Dante pone la montagna del Purgatorio, sulla quale ambienta la seconda cantica della Divina Commedia.

Le terre emerse secondo Dante (proiezione cilindrica)

Nella geografia di Dante il meridiano di Gerusalemme è quello di riferimento (come adesso quello di Greenwich) e quindi il Purgatorio, che si trova agli antipodi, è sul meridiano del cambiamento di data. Inoltre, nella geografia dantesca, che poi è quella del XIII secolo, era molto sopravalutata l’estensione in longitudine delle terre emerse conosciute. Questo portava a sottovalutare di altrettanto l’estensione delle acque. Questa circostanza incoraggiò in seguito Colombo a tentare la sua impresa. Notiamo infine la posizione sbagliata della foce del Gange, posta all’estremità orientale delle terre.

Per dare risalto all’inizio e alla fine del suo viaggio attraverso il Purgatorio, Dante dà per questi due momenti l’ora simultanea dei meridiani fondamentali, mediante immagini grandiose e solenni che sono collegate all’astronomia, ma che dipendono anche dalla sua concezione geografica.

La rinascita della Geografia

La rinascita della Geografia, nel tardo medioevo, è preparata da un progressivo allargarsi dell’orizzonte del mondo conosciuto, per effetto di una ripresa di contatto tra i diversi paesi del Mediterraneo. Questo è una conseguenza delle crociate e, ancora di più, delle rinnovate relazioni commerciali tra le città marinare. Ecco quindi che le carte nautiche ritornano ad essere precise, i contorni delle coste sono bene indicati, e il livello dell’accuratezza cresce molto da quando, nel XII secolo, viene introdotta la bussola. I primi documenti della cartografia nautica italiana sono di poco precedenti al 1300. Verso la fine del XIII secolo si inizia a navigare anche oltre le colonne d’Ercole, soprattutto grazie all’intraprendenza dei genovesi, ai quali si deve la riscoperta delle Canarie e dell’isola di Madera. Ben altri orizzonti si aprono ad oriente grazie soprattutto al contributo di Niccolò e Matteo Polo, veneziani che dalla Crimea si avventurarono fino alle regioni settentrionali della Cina, dove incontrarono Kublay Kan. Al loro ritorno portarono una missiva per il Pontefice. Rimessisi in cammino (1271), attraverso l’Armenia, la Persia, il Pamir, e la Mongolia fecero ritorno a Kambalù (Pechino), la capitale dell’impero mongolo. Rimasero in Cina per 17 anni conquistando la fiducia del sovrano che li incaricò anche di delicate missioni. Ebbero così modo di vedere dall’interno gli sterminati territori della Cina. Marco Polo, alle tante notizie che aveva raccolto di persona o per sentito dire, poté aggiungerne tante altre durante il viaggio di ritorno, effettuato per via mare toccando la Birmania, l’India, Ceylon e Hormuz, nel golfo Persico. Il libro in cui Marco Polo racconta tutte le sue avventure divenne noto come il Milione e suscitò un grandissimo interesse. Sulle orme dei Polo, già alla fine del XIV secolo, missionari e mercanti si misero in viaggio verso la Cina e furono fondate società commerciali che si occuparono dei traffici con la Persia, con l’India e con la Cina. Il patrimonio di conoscenze andò così estendendosi tanto che, nelle carte geografiche del tempo, la struttura dell’Asia comincia ad essere già ben delineata.

Petrarca e Boccaccio, geografi … immaginari

La geografia si trovò al centro degli interessi culturali della metà del XIV secolo, anche per merito di Francesco Petrarca e dei suoi amici fiorentini. Petrarca in giovinezza fu un grande viaggiatore, ma con la maturità, preferì viaggiare sui libri e con la fantasia, scrivendo di viaggi immaginari percorsi sulle carte geografiche, usando i libri come guide. A questo proposito si racconta che un amico milanese aveva invitato il Petrarca, nell’anno 1358, ad un pellegrinaggio in Terra Santa. L’invito fu declinato ma, per farsi perdonare, il poeta gli inviò uno scritto che aveva appena preparato dal titolo “Itinerario in Terra Santa”, una sorta di guida costruita mettendo insieme le diverse notizie sulla Terra Santa, che si potevano desumere dai libri in circolazione. Non si trattò tuttavia di una semplice raccolta di notizie, nell “Itinerario” c’è qualche cosa di più: c’è l’atteggiamento del geografo il quale prende in esame le diverse notizie e le sottopone a verifica, cercando di ottenere la stessa informazione da più fonti per verificarne l’autenticità.

Ritratto di Francesco Petrarca, Firenze Biblioteca Nazionale

Ritratto di Francesco Petrarca, Firenze Biblioteca Nazionale

Petrarca è molto chiaro su questo punto e, in una nota a margine di un suo libro, si scaglia contro gli scrittori pigri che accettano qualsiasi notizia senza darsi la pena di verificarne l’esattezza. Ma Petrarca non fu il solo a cimentarsi in questa opera meritoria, che chiameremmo di critica geografica: qualche anno dopo viene seguito da Giovanni Boccaccio, l’autore del Decamerone, che sfruttò la grande massa di materiale geografico raccolto dal Petrarca per scrivere un libretto dal titolo lunghissimo: “Dei monti, delle selve, delle sorgenti, dei laghi, dei fiumi, degli stagni e delle paludi e dei nomi dei mari”. Alla fine dell’opera Boccaccio si scusa degli errori in cui poteva essere incorso a causa dell’ignoranza dei copisti che, in alcuni casi, avrebbero copiato malamente i nomi stranieri il cui significato era andato, così, irrimediabilmente o perduto.

Ritratto di Giovanni Boccaccio, Firenze Biblioteca Nazionale

Ma questi geografi, anche se immaginari, erano molto limitati nei loro viaggi tra i libri, perche’ non conoscevano il greco e quindi non potevano leggere i testi classici, che erano molto ricchi di informazioni geografiche. Comunque i loro lavori incoraggiarono, almeno a Firenze, una rinascita degli studi geografici. Finalmente, alla fine del XIV secolo, nel 1397 giunse a Firenze Emanuele Crisolora chiamato ad insegnare greco in quella che allora era l’università e le cose cambiarono, perche in molti a Firenze iniziarono a studiare la lingua greca..

Firenze e la Geografia nel XV secolo

Firenze, alla fine del trecento, era già un grande centro commerciale e, di conseguenza, aveva sviluppato un grande interesse negli studi geografici, che erano indispensabili sia per l’attivita’ commerciale che per quella bancaria strettamente connessa. La cultura, in questo periodo, conobbe un importante rinnovamento, divennero disponibili, o furono letti con maggiore attenzione, libri che il medioevo aveva trascurato. Avvenne soprattutto un cambiamento di metodo, seguendo la strada indicata da Petrarca e Boccaccio. Furono studiati i testi antichi con un nuovo senso critico, la cultura del tempo fu messa in discussione ed analizzata, confrontandola con la parola scritta. Si cercò di fare un’analisi filologica dei testi per valutarne il significato, in rapporto con la cultura del periodo in cui questi erano stati scritti. Questo processo fu facilitato dal fatto che, allora, non vi era separazione tra cultura letteraria e scientifica e quindi la scienza antica veniva studiata e commentata da persone che avevano una grande dimestichezza con i testi latini, e che in seguito impararono anche a leggere il greco.

A Firenze si studia il greco

Nel 1397 accade un fatto importantissimo nella storia della cultura fiorentina: giunge a Firenze, da Costantinopoli, Emanuele Crisolora, appositamente chiamato per insegnare il greco nello “studio” fiorentino, cioè in quella che era allora l”università” della città. Questo accadeva per espressa volontà di un grande cancelliere della repubblica fiorentina: Coluccio Salutati.

Ritratto di Coluccio Salutati Firenze, Biblioteca Laurenziana.

Grazie al Crisolora gli studiosi fiorentini furono in grado di leggere i grandi autori greci direttamente, senza dover ricorrere a traduzioni latine e quindi furono anche capaci di apprezzare meglio la Geografia di Claudio Tolomeo, potendola consultare sia direttamente sia attraverso la traduzione che il Crisolora ne fece, durante la sua permanenza a Firenze.

Ritratto fantastico di Claudio Tolomeo in una traduzione latina della “Geografia” conservata a Firenze nella Biblioteca Laurenziana

Crisolora non terminò il suo lavoro, che fu invece completato dai suoi allievi come Iacopo Angeli e Leonardo Bruni. Il testo di Tolomeo era molto più preciso dei riassunti latini ed era molto più ricco di carte geografiche. La scoperta della Geografia di Tolomeo costituì la fonte di conoscenze geografiche originali, che era mancata a Petrarca e Boccaccio, nelle loro compilazioni geografiche.

Firenze, il Concilio dell’Unione e la nuova Geografia

Il convento di Santo Spirito divenne luogo di riunione dei letterati fiorentini guidati dal padre agostiniano Luigi Marsili. Queste riunioni, diradatesi alla morte del Marsili, ripresero nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, dove il priore era Ambrogio Travesari, camaldolese e abilissimo grecista. Partecipava a queste riunioni Niccolò Niccoli che, seppure non abbia praticamente lasciato nulla di scritto, ha avuto un ruolo centrale nella rinascente cultura fiorentina del quattrocento. Tra coloro che si trovavano alle riunione presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli troviamo, oltre allo stesso Traversari, Leonardo Bruni, maestro Paolo di Domenico (detto poi “il Toscanelli”), Poggio Bracciolini, Carlo Marsuppini e molti altri. Queste riunioni sono ben descritte da Vespasiano da Bisticci, il quale scrivendo delle vite di questi grandi fiorentini, dirà che vi si ragionava sempre di cose singulari.

Tra le cose singolari di cui si discuteva, vi era la diversità tra la riscoperta “Geografia” di Tolomeo e gli elenchi approssimativi di luoghi scritti in epoca medioevale. Al contrario di queste opere, la Geografia dava anche il metodo per la rappresentazione dei luoghi, in modo da mantenere una corrispondenza il più possibile diretta tra la posizione delle coste e delle terre emerse e la loro reale distribuzione sulla sfera terrestre. Nel 1437 muore a Firenze il Niccoli e l’anno seguente si apre a Ferrara il Concilio dell’Unione che, in qualche maniera, avrebbe dovuto ricomporre il dissidio tra la Chiesa di Occidente e quella di Oriente. Gli umanisti fiorentini si aspettavano che gli alti prelati della chiesa di Oriente si sarebbero portati con loro dei preziosi testi greci. In effetti, se il Concilio non riuscì, come sperato, a ricomporre il dissidio tra le due chiese, ebbe un effetto dirompente sulla cultura occidentale. Durante lo stesso Concilio vengono acquisite dai fiorentini copie dell’Almagesto di Claudio Tolomeo, l’opera di Strabone, ignota a Firenze, e altri libri non meno significativi nei vari campi del sapere.

Il planisfero dipinto su una tavola di più di due metri di lato nel 1459 da fra’ Mauro, nel convento di S.Michele di Murano a Venezia. Il planisfero tiene conto di tutte le nozioni geografiche note a quell’epoca. Nella nostra riproduzione è stato rovesciato rispetto all’originale che ha il Sud in alto. Una copia si trova presso il Museo di Storia della Scienza a Firenze, l’originale presso la Biblioteca Marciana di Venezia.

Tra gli intervenuti al Concilio spicca Gemisto Pletone il quale, oltre che occuparsi dei problemi religiosi, aveva anche vasti interessi nel campo della Geografia e di questi argomenti discuteva con l’astronomo fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli. Il Concilio portò a Firenze anche una grande varietà di persone che, con i loro racconti dei luoghi più diversi, dettero un grande contributo alla conoscenza geografica. Fra questi si può ricordare Nicolò de’ Conti, che venne a Firenze per farsi perdonare l’abiura della fede cristiana che era stato costretto a compiere in Egitto per non mettere a rischio la propria persona e quella di coloro che lo accompagnavano. Nicolò de’ Conti, partendo dalla Siria, aveva percorso l’India, la Birmania, il Borneo, Giava e Sumatra. I suoi racconti vennero raccolti da Poggio Bracciolini nel suo “De varietate Fortunae”.

Paolo dal Pozzo Toscanelli e la distanza delle Indie

Ritratto di Paolo dal Pozzo Toscanelli

Maestro Paolo, medico, geografo, astrologo, matematico nacque a Firenze nel 1397 e morì, sempre a Firenze, il 10 Maggio del 1482.

Studiò medicina all’Università di Padova dove si addottorò nel 1424. Fu grande amico di ser Filippo Lippi di ser Brunellesco, a cui dette anche diversi consigli su come costruire la cupola di Santa Maria del Fiore. Dopo la laurea ritornò a Firenze dove si iscrisse all’arte dei medici e degli speziali il 21 Giugno del 1425. Le opere matematiche ed astronomiche di maestro Paolo sono quasi tutte perdute, tranne un manoscritto che si trova nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, in cui sono riportate diverse carte del cielo con la posizione delle comete del 1433, del 1449-50 e della cometa, che in seguito venne chiamata “Cometa di Halley”, nel suo passaggio del 1456, nonché di altre comete apparse nel 1457 e nel 1472. Le osservazioni del Toscanelli hanno particolare importanza per la loro originalità e la loro precisione e dimostrano che egli aveva delle notevoli conoscenze astronomiche, come dimostrato da recenti scoperte.

Portolano attribuito a Paolo dal Pozzo Toscanelli

Toscanelli fu anche uno dei più eminenti rappresentanti di quella scuola di dotti che, raccolti in Firenze presso Santa Maria degli Angeli, si dedicavano allo studio della Geografia anche per fini essenzialmente pratici, legati alla grande rete di commerci di cui Firenze era al centro. Si narra che Toscanelli sottoponesse a dei veri e propri interrogatori gli stranieri di passaggio per Firenze. Sappiamo con sicurezza che ebbe molti contatti con viaggiatori provenienti dall’Asia, che apprezzò il “Milione” di Marco Polo, e che fu informato dei viaggi compiuti nell’Oceano Indiano da Niccolò de’ Conti. Probabilmente i resoconti dei viaggiatori, che tendevano a sovrastimare le dimensioni dell’Asia, lo indussero a preferire le misure di longitudine di Marino da Tiro, per quanto riguarda la posizione delle coste orientali dell’Asia, rispetto a quelle più realistiche di Claudio Tolomeo.

Toscanelli esercitò un’influenza decisiva sulla decisione di Colombo di prendere il mare in cerca delle Indie orientali navigando verso Ovest. Toscanelli scrisse una lettera nel 1474 a un canonico portoghese, Ferdinando Martinez, che aveva avuto modo di conoscere in Italia, in cui sosteneva che la via più breve per raggiungere le Indie era proprio quella di navigare verso occidente. Per dare più valore alle sue idee Toscanelli allegò alla lettera una carta del mondo preparata da lui stesso, da cui risultava la superiorità della via occidentale rispetto alla circumnavigazione dell’Africa (che era la rotta tentata dai Portoghesi a quel tempo).

Ricostruzione ipotetica, in proiezione cilindrica, della carta inviata da Paolo dal Pozzo Toscanelli a Cristoforo Colombo

Nella lettera del 1474 Maestro Paolo scrive:

A Ferdinando Martinez, canonico di Lisbona, Paolo fisico salute.

…E quantunque molte altre volte io abbia ragionato del brevissimo camino, che è di qua alle Indie, dove nascono le specierie [ovvero le spezie] per la via del mare, il quale io tengo più breve di quel che voi fate per Guinea…..ho deliberato per più facilità e per maggiore intelligenza dimostrar detto camino per una carta, simile a quelle che si fanno per navigare et così la mando a Sua Maestà, fatta e disegnata di mia mano, nella quale è dipinto tutto il fine del ponente…. ..Dalla città di Lisbona per diritto verso ponente sono in dette carta ventisei spatii, ciascuno de’quali contien dugento cinquanta miglia fino alla nobilissima et gran città di Quisai…

La lettera è scritta supponendo che il lettore abbia dinanzi agli occhi la carta allegata. Toscanelli nel resto della lettera argomenta che 26 spazi di 5 gradi, tanta era l’ampiezza dei fusi in cui era divisa la carta, sono quasi la terza parte della sfera terrestre, ma cita anche l’esistenza di un’isola, detta Antilia, intermedia, che potrebbe essere l’arcipelago delle Azzorre, e da questa ipotetica Antilia ci sarebbero stati solo 10 spazi di 5 gradi ciascuno per raggiungere il mitico Cipango [Giappone]. Paolo riduce quindi la distanza tra Lisbona e le Indie a sole 6.500 miglia. A questa lettera ne fa seguito un’altra, scritta direttamente a Colombo. Toscanelli non dice niente di nuovo, ma dichiara di spedire a Colombo copia della lettera inviata al canonico Martinez e invia anche un’altra copia della carta nautica.

Toscanelli, nelle sue lettere a Colombo, sbaglia sia la differenza di longitudine tra Lisbona e le Indie, che è di circa 160°, sia la lunghezza del grado espressa in miglia. L’impresa di Cristoforo Colombo si fonderà quindi su due errori geografici, che derivano da misure astronomiche imprecise e da errate conversioni tra unità di misura; questi errori, però non vanno attribuiti al solo Toscanelli, essendo radicati nella cultura del tempo.

Il diametro terrestre, che è fondamentale per trasformare la differenza di longitudine tra due luoghi in distanze da percorrere, fu misurato con notevole precisione da Eratostene ad Alessandria nel II secolo a.C. Nel IX secolo d.C. gli astronomi arabi eseguirono nuove misure senza trovare un risultato significativamente diverso da quello di Eratostene. Colombo e la cultura cristiana avevano a disposizione solo il risultato degli arabi, che era espresso in miglia arabe. I cristiani non tennero conto che il miglio arabo era più lungo del miglio allora in uso in Europa, per cui, in definitiva, attribuirono alla Terra una circonferenza di 30.000 km invece dei 40.253 misurati dagli arabi e dei 40.075 misurati da Eratostene. Questo errore, unito alla stima esagerata dell’estensione delle terre emerse in longitudine, conduce appunto a valutare la distanza tra Lisbona e le Indie in circa 6.500 miglia, navigando verso Ovest. L’impresa proposta da Toscanelli a Colombo e poi da questi al re di Spagna doveva quindi sembrare particolarmente ragionevole se si pensa che Bartolomeo Diaz, nel 1488, aveva percorse 18.000 miglia, cercando di raggiungere l’India circumnavigando l’Africa.


Note

Isole Cassiteridi

Sono delle isole poste sulla coste occidentali dell’Europa. Il nome deriva dalla parola greca che indica lo stagno. Le isole dovevano essere luoghi dove si ricavava, appunto, lo stagno. Erodoto (430 a.C.) non ne conosceva esattamente l’ubicazione. Diodoro siculo le poneva vicine alla costa della Spagna. Studi archeologici recenti hanno dimostrato che i Fenici e i Greci ricavavano lo stagno dalle coste della Spagna e della Cornovaglia. Attualmente si tende ad identificare le isole Cassiteridi con le isole che si trovano vicino alle coste bretoni. Comunque, nel linguaggio omerico significavano probabilmente un luogo oltre le Colonne d’Ercole e verso settentrione.

Ogigia

È l’isola del Mediterraneo occidentale in cui, secondo Omero, viveva Calipso. Molto probabilmente si tratta di un luogo immaginario in quanto ogni tentativo di identificazione è risultato inconsistente.

Feaci

Inizialmente i Feaci dovevano essere delle divinità protettrici dei naviganti, che portavano in salvo i naufraghi. In seguito, secondo la leggenda, Poseidone, il dio del mare, irato perché i Feaci gli sottraevano troppi naufraghi, mise fine alla loro opera meritoria di salvataggio. Secondo Omero vivevano felici in una terra chiamata Scheria, sotto il regno di Alcinoo e la sua consorte Arete, rispettivamente padre e madre di Nausicaa, una delle più belle e delicate figure femminili della poesia greca.

Boote

La costellazione del BOOTE da Johann Hevelius: URANOGRAPHIA (1690) (la freccia indica la stella Arturo). L’immagine appartiene alla collezione storica del Museo astronomico di Brera, disponibile in rete.

Boote, è una delle costellazioni più importanti dell`emisfero settentrionale, la osserviamo bene in Primavera e nella prima parte dell`Estate. La leggenda identifica Boote con l’ateniese Icario che aveva come figlia Erigone. Avendo Icario appreso da Dioniso (Bacco per i romani) l’arte di fare il vino, pensò di offrire la nuova bevanda a dei contadini i quali, ubriacatisi lo uccisero. La figlia Erigone andò in giro per il mondo a cercare la tomba del padre aiutata da Maira, il cane del padre. Trovatala si uccise, impiccandosi, per il dolore. Giove impietosito assunse in cielo Boote ed Erigone che, a sua volta, diventò la costellazione della Vergine. Maira invece divenne Procione, la stella più luminosa della costellazione del Cane Minore.

Nella cartografia celeste dell’epoca i punti cardinali Est ed Ovest risultano invertiti in quanto il cielo viene rappresentato come un globo celeste visto dall’esterno. Appartiene alla costellazione di Boote la stella Arturo che è la quarta stella in ordine di luminosità del cielo. Arturo si trova alla distanza di 36 anni luce (ci vogliono cioè 36 anni perché la luce di Arturo giunga fino a noi). Si pensa che abbia la stessa massa del Sole, ma ha un diametro più grande di 27 volte.

Pleiadi

Le Pleiadi costituiscono l’ammasso di stelle forse più famoso. Si trovano nella costellazione del Toro a Nord Ovest della stella più luminosa, Aldebran. Ad occhio nudo se ne vedono sette, difatti le Pleiadi sono note anche come le “sette sorelle”. Con un buon binocolo, e con il cielo sufficientemente scuro, si scopre che l’ammasso, il cui diametro è all’incirca uguale a quello della Luna, è costituito da centinaia di stelle a cui è associata una debole nebulosità.

Nella cartografia celeste dell’epoca i punti cardinali Est ed Ovest risultano invertiti in quanto il cielo viene rappresentato come un globo celeste visto dall’esterno. Queste stelle hanno eccitato la curiosità fino dall’antichità e qualche volta sono state considerate esse stesse una costellazione. Per i Greci esse erano le figlie di Atlante e Pleione, che sono l’ottava e la nona stella del gruppo in ordine di luminosità decrescente. Secondo un’altra leggenda esse erano le compagne di caccia della dea Artemide, che, quando vennero molestate dal brutale cacciatore Orione, furono strappate alla terra dalla loro protettrice e poste in cielo. Spesso nelle leggenda vengono anche indicate come le stelle piangenti. Potrebbero piangere per la scomparsa di una sorella, la stella Sterope, che nel tempo si è molto indebolita e quindi si perde facilmente nell’osservazione ad occhio nudo.