Galileo Galilei: l’uomo, lo scienziato

9 Aprile 2020 / Commenti disabilitati su Galileo Galilei: l’uomo, lo scienziato

Personaggi

Traccia della conferenza su Galileo per gli studenti delle Scuole Medie Superiori in occasione della manifestazione “Le Notti Galileiane” – edizione 2004 (relatori Marco Garoni, Paolo Morini, Gianfranco Tigani Sava)

Presentazione

“Le notti Galileiane” sono un appuntamento con cui la U.A.I. (Unione Astrofili Italiani) intende promuovere la conoscenza delle scienze astronomiche presso il pubblico: quando ormai siamo assuefatti all’idea di ricevere le notizie delle ultime scoperte astronomiche solo dai centri di ricerca situati in gran parte negli Stati Uniti, vale la pena ricordare che il primo uomo che puntò un telescopio al cielo con il preciso scopo di svolgere un’indagine scientifica fu il pisano Galileo Galilei.

M1 fotografata dall’osservatorio di Bastia – Ravenna

Come astrofili apprezziamo moltissimo le immagini che giungono quotidianamente dal telescopio spaziale Hubble, ma crediamo molto nel valore delle osservazioni amatoriali. Soprattutto ci divertiamo molto a praticarle: il divertimento è una componente essenziale dell’astronomia amatoriale, e fa superare le difficoltà che a volte si incontrano in questo hobby quasi estremo, praticato di notte, al buio e spesso al freddo.

Il Periodo Storico e le prime attività astronomiche di Galileo

Pare certo che i primi interessi astronomici di Galileo ( 1564 – 1642) risalgano all’età di tredici anni, quando uno zio lo invogliò alla osservazione di una cometa. Ma qual era lo stato dell’arte della conoscenza dell’universo a quell’epoca ?

La nuova concezione copernicana dell’universo iniziava a diffondersi (ricordiamo che il “De rivolutionibus” di Copernico era stato pubblicato 21 anni prima della nascita di Galileo), tuttavia la concezione dell’universo più diffusa e accettata era quella del sistema tolemaico.

Nel sistema tolemaico esisteva una netta distinzione fra mondo celeste e mondo terrestre: mentre quest’ultimo è il mondo del mutamento, della nascita e della morte, della generazione e della corruzione, il cielo è invece inalterabile e perenne. I suoi moti sono regolari, in esso nulla nasce o si corrompe ma tutto è immutabile ed eterno. Le stelle ed i pianeti non sono formati dagli stessi elementi che compongono gli oggetti del mondo sublunare e cioè terra, acqua, aria e fuoco: sono costituiti da un quinto elemento, una quinta essentia , l’etere, che è imponderabile, cristallino, solido, trasparente, non soggetto a modificazioni.

Al moto rettilineo che è tipico del mondo terrestre e sublunare, si contrappone quello circolare uniforme e perenne dei corpi celesti. Il moto circolare è un moto perfetto e quindi adatto alla natura dei cieli: non ha inizio e non ha fine, non tende verso qualcosa, prosegue in eterno.

La sfera divina, o primo mobile, produce quel moto che si trasmette per contatto alle altre sfere e giunge sino al cielo della luna che è il limite inferiore del mondo celeste.

La terra è immobile al centro dell’universo.

Questa concezione dell’universo, teorizzata da Tolomeo (vissuto ad Alessandria nel 2° secolo d.c.), la si trova esposta nel suo “Almagesto”, rimasto fondamento del sapere astrologico ed astronomico per più di un millennio. Ben pochi erano disposti dopo più di mille anni a mettere in crisi o dubitare di questa visione del mondo e nella scelta fra una nuova verità ed il vecchio errore gli uomini di scienza furono molto cauti, respingendo in genere tutto quanto contrastava con il rassicurante sistema consolidato da secoli.

Per esempio, in uno dei poemetti didascalici più diffusi al tempo di Galileo, scritto da Guillaume du Bartas (1544-1590) e letto in tutta Europa si legge:

Si aggirano pel mondo alcuni folli,
spiriti sciocchi, a correre non usi
la quieta acqua dei mari comuni.
Tali sono (nel mio pensiero almeno)
quei dotti che ritengono (quanto assurda
sia questa beffa giudica tu stesso)
che né il cielo né le stelle attorno al globo
terrestre compiano le loro eterne danze,
ma che la terra la sua mole enorme
volga in ventiquattrore sul suo asse,
simile ai mozzi, che abituati a terra,
iniziano la prima volta a navigare,
e che, mentre la nave prende il largo,
han l’impressione che fugga via la riva.

Per risolvere una serie di problemi legati al modello tolemaico (era praticamente impossibile calcolare la posizione di un pianeta per un periodo di tempo abbastanza lungo), Tycho Brahe, astronomo danese autodidatta, ideò il cosiddetto “sistema intermedio”, una ipotesi a metà strada fra quella tolemaica e quella copernicana. Tycho fu un acuto e paziente osservatore e osservava i pianeti in modo continuo, annotandone la posizione rispetto alle cosiddette stelle fisse.

Per Tycho le sfere non esistono realmente nei cieli, vengono ammesse solo a beneficio dell’apprendimento. Le comete si muovono non nelle regioni sublunari ma nel cielo. “.. secondo la mia opinione, scriverà a Keplero, la realtà di tutte le sfere deve essere esclusa dai cieli”.

Il cielo è fluido e libero, aperto in tutte le direzioni, tale da non opporre ostacolo alla libera corsa dei pianeti che non è regolata da alcun rotolamento di sfere. La terra però rimane immobile al centro dell’universo. Intorno alla terra ruotano il sole e la luna, ma gli altri cinque pianeti conosciuti ruotano intorno al sole. Il sistema ticonico, a parte la posizione della terra, è equivalente a quello copernicano, ne conserva tutti i vantaggi matematici ma evita ogni ragione di conflitto con le sacre Scritture e non comportava l’abbandono del principio così fortemente radicato dell’immobilità e centralità della terra.

Nel dibattito fra i sostenitori della vecchia e nuova astronomia non mancarono le polemiche aspre, i rifiuti tenaci e aprioristici, le ostinate manifestazioni di incredulità. Questi atteggiamenti provenivano soprattutto dagli ambienti della cultura accademica imperante legata alle posizioni dell’aristotelismo intransigente.

L’ipotesi della “pluralità dei mondi” (fra i quali si contavano la Luna, Venere, Marte …) era stata teorizzata dall’eretico Giordano Bruno ed era contraria all’insegnamento di Aristotele e della Chiesa.
La gente “pia” si sentiva offesa dal concetto stesso della “pluralità dei mondi” e altre simili idee, ma sempre più spesso le conoscenze tramandate dal mondo antico cominciavano ad essere sottoposte al vaglio dell’osservazione e dell’esperimento da uomini di grande valore, come appunto Galileo.
Molti aristotelici riuscivano comunque ad inserire abilmente le novità nel sistema antico con cavillosi ragionamenti, all’apparenza perfettamente logici, senza neanche preoccuparsi di verificare i fatti.
Il padre Benedetto Castelli, amico di Galileo, fece una volta un esperimento: un giorno gli capitò di dire ad un giovane, allievo di un filosofo aristotelico, che esponendo al sole un mattone verniciato metà di bianco e metà di nero la parte nera si sarebbe scaldata di più. Curioso di sapere la spiegazione che ne avrebbe dato il filosofo, propose al giovane di chiedergliela ma ponendo il risultato al contrario.
Il filosofo, come scrive lo stesso Castelli, rispose subito all’allievo:
“…oh … non sapete voi la ragione?, ella è facilissima: ve la dirò io. E cominciò a entrare in laberinto del bianco e del nero, e di certe bollicelle che si trovano nel bianco e di mille cose sottili che non le saprei spiegare. Basta che in sostanza si venne a rendere la ragione perchè il bianco si scalda più del nero”
Il giovane riferì al padre Castelli la risposta del filosofo e ne risero entrambi a lungo, poi fecero l’esperimento e toccarono con mano che la parte nera quasi scottava in confronto a quella bianca.
Il giovane tornò dal filosofo aristotelico e riferì il risultato dell’esperimento. Questi, prima affermò che la cosa non era possibile, poi manifestò qualche dubbio, e infine con tutta la sua filosofia riuscì a dimostrare perché la parte nera si scaldasse più della bianca e lo fece meglio di come prima aveva dimostrato il contrario.

Alla cultura aristotelica dominante faceva da spalla l’insegnamento astrologico che aveva salde radici nell’antichità.
L’astrologia gioca un ruolo molto ambiguo nella storia della scienza, e continua a farlo anche ai giorni nostri.
Tycho Brahe giunge ai suoi studi muovendo da interessi astrologici e non rinunciò mai a vedere nell’astrologia una legittima applicazione pratica della sua scienza.
Anche Keplero praticò l’astrologia ed effettuò molte predizioni.
Lo stesso Galileo, che disdegna le filosofie occulte, fa oroscopi per il Granduca di Toscana.

Il lavoro di Galileo si inserì dunque in un panorama culturale complesso.

Una delle prime attività scientifiche di Galileo come astronomo ebbe luogo nel 1604, quando apparve nella costellazione del Serpentario un nuovo corpo luminoso, una stella “nova”. Galileo dimostrò che non possedeva una parallasse, cioè che la sua posizione apparente non variava, da qualunque punto si osservasse.
La parallasse è lo spostamento angolare apparente di un oggetto quando viene osservato da due punti di vista diversi. Oggi sappiamo che la parallasse delle stelle fisse è tanto piccola, a causa della loro enorme distanza, da non poter essere rilevabile con gli strumenti dell’epoca: tuttavia proprio l’impossibilità di rilevare una parallasse veniva portata dai tolemaici come una ulteriore prova, ove ce ne fosse ancora bisogno, del fatto che la terra era immobile al centro dell’universo e che le stelle fisse si trovavano in quella zona esterna del cielo, immutabile e immobile, così come asserito da Aristotele.

Nelle regioni più vicine alla terra, meno perfette e incorruttibili, si trovavano invece quei corpi più imprevedibili come le meteore e le comete.

Per Galileo l’impossibilità della misura della parallasse era invece dovuta proprio all’enorme distanza della stella nuova – che quindi si trovava in quella regione che non poteva più considerarsi eternamente immobile ed incorruttibile. Nell’approccio galileiano ai problemi di tipo scientifico una sola eccezione poteva bastare per mettere in crisi una teoria.

Anche Tycho Brahe nel 1572 aveva posto una stella nuova, apparsa in quell’anno, al di là della luna, e in questo senso Galileo succedette a Tycho nella lotta contro l’idea di incorruttibilità ed immutabilità dell’universo.

Paolo Maffei, illustre astronomo italiano, ha affermato che:

“fino al Rinascimento, a parte pochi casi illuminati, l’uomo era vissuto su un mondo piatto. Galileo, Newton ed altri ne fecero l’osservatore di un universo dalle profondità vertiginose e fino ad allora insospettate.Ora l’uomo ha cominciato a spostare l’angolo sotto i quale guarda l’universo: dalla luna, dalle sonde dai satelliti E’ uno spostamento piccolo ma già l’alto e il basso sono diventati un concetto superato e la terra non è più il centro delle osservazioni ma un oggetto da osservare. I primi astronauti hanno raggiunto la luna, altri approderanno su altri pianeti o satelliti e quelli di un futuro ancora lontano, su qualche pianeta di una stella a noi prossima. Stabiliranno basi nello spazio, forse fonderanno colonie e nessuno penserà più che essi siano “lassù” ma semplicemente ‘più in là’.”

La vita di Galileo

Galileo nacque nel 1564 a Pisa, da famiglia di antiche origini, ben nota a Firenze, e di condizioni economiche modeste.
Si può anzi dire che il problema della “vil moneta” avrebbe accompagnato Galileo per la maggior parte della sua vita.

Il padre, Vincenzo Galilei, era un musicista famoso che assieme ad altri eruditi, musicisti e poeti si impegnò a far rivivere la tragedia greca classica con l’accompagnamento della musica: dal loro lavoro si sviluppò il melodramma. Scrisse inoltre un libro sulle nuove tendenze dell’accordatura degli strumenti, e il suo maestro di musica cercò di impedirne la pubblicazione. Vincenzo tanto fece che riuscì a dare alle stampe il suo libro: una determinazione e un senso di sfida all’autorità che ritroveremo in Galileo.

Galileo visse a Pisa per i primi 10 anni della sua vita, poi la famiglia si trasferì a Firenze e lui fece ritornò a Pisa a 17 anni per iscriversi alla Facoltà di Medicina per volere del padre Vincenzo, che sperava di avviare il figlio a una professione ben remunerata per farsi aiutare a sbarcare il lunario e costituire una dote per le 4 figlie.

A 19 anni Galileo fu introdotto alla conoscenza della geometria e questa per lui fu una rivelazione: probabilmente stava studiando qualcosa che non gli piaceva e finalmente trovò la sua vocazione. Galileo non completò gli studi di medicina, e il padre Vincenzo lo contrastò non poco nei nuovi studi – considerati poco utili dal punto di vista pratico e che al più gli avrebbero procurato una aristocratica povertà.

A 21 anni, nel 1585, ritornò a Firenze, senza aver conseguito alcun titolo accademico. Si occupò di studi di carattere letterario (tenne infatti conferenze sull’Inferno di Dante) e matematico (pubblicò alcuni saggi sull’idrostatica e sul baricentro dei corpi solidi). La fama che questi ultimi saggi gli procurarono fra gli esperti, gli consentì di ottenere un incarico di tre anni come professore di matematica presso l’Università di Pisa.

A causa dello straripamento dell’Arno Galileo ritardò ad andare a Pisa e rimase assente per le prime sei lezioni, e per queste assenze si vide multato.
Inoltre, alla fine dell’anno accademico, gli decurtarono ancora lo stipendio a causa del suo rifiuto di indossare gli abiti prescritti dalle norme accademiche per i docenti. Galileo considerava le vesti ufficiali una seccatura pretenziosa e si fece beffe della toga in un poemetto di 300 versi che fece il giro della città.

In quegli anni Galileo iniziò a studiare il sistema copernicano (abbiamo già ricordato che il “De rivolutionibus” di Copernico era stato pubblicato 21 anni prima della sua nascita) ma tenne per sé il risultato di questi studi.

Si rivelò comunque un approccio di Galileo alla matematica che non era quello della ricerca e scoperta delle armonie presenti nella creazione (tipico atteggiamento di Keplero), ma quello di sviluppare strumenti per la discussione quantitativa e coerente dei problemi concreti.

Quando nel 1592 il suo incarico a Pisa non fu rinnovato, Galileo si trovò senza impiego e con gravi problemi economici da risolvere. La morte del padre nel 1591 aveva riversato su di lui pesanti responsabilità per mantenere la madre, 3 sorelle e 2 fratelli, quando il suo modesto salario di professore di matematica era di 60 scudi all’anno.

Nel campo più onorato della filosofia i docenti guadagnavano da 6 a 8 volte tanto, un padre confessore poteva contare su 200 scudi l’anno, un bravo medico circa 300. I comandanti dell’esercito toscano … da 1000 a 25000 !

Grazie a una raccomandazione ottenne un impiego a Padova: quella di Padova era l’Università della Repubblica Veneta e, nonostante uno stipendio iniziale relativamente misero (180 fiorini), Galileo si trovò in un ambiente a lui molto congeniale – va notato comunque che i 180 fiorini significavano per Galileo triplicare il proprio reddito.

Qual’era l’aria che si respirava in quegli anni ? Mentre nelle altre città e regioni incombevano guerre civili, la paura dei tiranni, tasse esagerate e inquisizioni che rendevano difficile l’esercizio delle arti e della cultura, Venezia ne era del tutto immune. In essa confluivano coloro che aspiravano a vivere nella massima libertà. Ricca di possibilità di lavoro, la città contava alla fine del secolo 150.000 abitanti. Numerosi i greci, i turchi, i tedeschi, gli inglesi e gli olandesi. Il rappresentante del papa si crucciava della decisione del governo veneto di non far processare ebrei e presunti eretici dal Tribunale della Santa Inquisizione. Preoccupazione ancora più grande era determinata dalla decisione di favorire l’insediamento di mercanti inglesi e olandesi, molti dei quali di fede protestante, allo scopo di rivitalizzare il commercio.

In questo clima l’Università di Padova richiamava studenti da tutta Europa, e garantiva loro il diritto alla proclamazione a dottori senza richieste di impegni nel professare la fede cattolica.

Un alto prelato scrisse che l’unica cosa che premeva alla repubblica di Venezia, era il proibire che tutti questi forestieri dessero scandalo nei luoghi pubblici – nelle loro case potevano vivere e comportarsi come meglio li aggradava.

Galileo prese subito in affitto una grande casa, subaffittò alcune stanze a studenti stranieri e mise su una bottega artigiana – un embrione di laboratorio scientifico. In questa bottega inventò uno strumento noto come il “compasso geometrico e militare”, utile in parecchie costruzioni grafiche: la costruzione e la vendita nella sua bottega di questi compassi costituiva anche un buon affare commerciale.

Tutto lascia pensare che la maggior parte delle scoperte di meccanica siano maturate a Padova, tuttavia Galileo in questi anni pubblicò pochissimo.

La sua pubblicazione più famosa aveva per titolo le “Operazioni del compasso geometrico et militare”. In pratica era il manuale d’uso del compasso militare (ed era venduto assieme al compasso stesso): lo strumento si era guadagnato una certa notorietà e diffusione,e poiché le garanzie sul diritto d’autore erano molto vaghe, non erano mancati i plagiatori.

Scopo di questo scritto era in buona parte quello di costituire un precedente e tutelare così la proprietà intellettuale dello strumento.
Tuttavia l’anno successivo alla pubblicazione, siamo nel 1607, esce un libro di un certo Baldassarre Capra che si attribuiva il merito dell’invenzione e accusava Galileo di plagio.
Capra era un giovane di famiglia non ricca che si era stabilito a Padova per studiare, ansioso di farsi pubblicità con qualsiasi mezzo.
La difesa di Galileo “Difesa contro alle calunnia e imposture di Baldassar Capra milanese” raccoglie con puntigliosità e con astio tutte le prove contro il Capra, e una dissertazione veramente acida sull’incapacità intellettuale del Capra stesso ad affrontare i problemi della geometria …

Sempre in quegli anni conobbe Marina Gamba, veneziana, che visse in intimità con Galileo per 12 anni e gli diede tre figli – tuttavia non si sposarono e vissero sempre in case separate. Circa il mancato matrimonio, era tradizione degli eruditi rimanere celibi, e si ipotizza che Marina Gamba, veneziana e semplicemente figlia di Andrea Gamba, cioè priva di qualunque titolo, non potesse stare sullo stesso piano della povera ma nobile famiglia Galilei.

Nei primi anni del 600 lo stipendio gli fu portato a 320 fiorini, ma le spese erano sempre superiori, dato che nel frattempo la sorella Virginia si era sposata e Galileo aveva dovuto provvedere alla sua dote.

E arriviamo al 1609, un anno cruciale.

Gli era giunta voce che era stato inventato uno strumento ottico tramite il quale gli oggetti visibili e distanti si vedevano come se fossero vicini: Galileo ricostruì una versione di questo “occhiale”, “Perspicillum” in latino (il termine telescopio fu introdotto successivamente) , lo usò per osservare gli oggetti terrestrie si rese conto della sua importanza dal punto di vista pratico.

In agosto del 1609 scrisse al Doge per offrirgli l’occhiale. Nella lettera al Doge si tace dei precursori della sua invenzione e si lascia intendere che lo strumento è stato “cavato dalle più recondite speculazioni di prospettiva”, sottolineando la possibilità di poter osservare le flotte nemiche in mare e prevederne con largo anticipo le mosse. Mentre nel “Sidereus Nuncius” sono ricordate tutte le informazioni e le notizie ricevute circa il cannocchiale stesso (lo scrive il Galileo accademico rivolgendosi agli altri studiosi), quando scrive al doge ha bisogno di impressionare i politici e i militari.

Come riconoscimento fu offerto a Galileo l’insegnamento a vita a Padova e uno stipendio di 1000 fiorini l’anno, una somma senza precedenti per un incarico accademico.

Fu nell’inverno del 1609 che Galileo decise di passare la maggior parte delle notti all’aperto, piuttosto che in camera vicino al fuoco per scrutare il cielo con il nuovo strumento, e il risultato delle sue osservazioni fu affidato al Sidereus Nuncius.

Sono molteplici le rivendicazioni circa l’invenzione del cannocchiale, e su chi lo abbia puntato per primo al cielo, ma è da tutti riconosciuto che Galileo fu il primo ad accorgersi dell’enorme importanza delle cose viste e di come esse si inserivano in modo perfetto nella concezione copernicana, mentre risultavano in netto contrasto con la vecchia astronomia.

Il Sidereus Nuncius è un piccolo libro, scritto in poco tempo e pubblicato da un oscuro tipografo ingaggiato personalmente da Galileo. Il Sidereus venne scritto nella lingua internazionale del latino per rivolgersi agli studiosi, anche se Galileo non padroneggiava il latino come la lingua italiana.
A qualcuno lo stile sembrava arido, in contrasto ad esempio al latino di Keplero, scienziato dotato di una cultura umanistica poderosa.

Galileo fu rivoluzionario anche nello stile, moderno e facile a leggersi, e nell’evitare gli aneddoti e le digressioni metafisiche. Soprattutto nella descrizione delle osservazioni lunari Galileo rinuncia alle citazioni dei testi letterari e ad echeggiare l’immaginario popolare, va subito al sodo spogliando i concetti che desidera esporre di tutti gli accessori. Il testo è continuo, senza suddivisioni in capitoli, ma è accuratamente scandito nei suoi argomenti:

  • la tecnica costruttiva del cannocchiale
  • i risultati delle indagini sulla superficie lunare
  • le osservazioni delle stelle fisse, della via Lattea, dei satelliti di Giove e dei risultati dedotti da tutte queste osservazioni

Il Sidereus rappresentò anche la fondazione di un genere letterario nuovo, il rendiconto scientifico di fenomeni fino ad allora ignoti, esposto con una prosa incisiva e agile nel ragionamento.

Italo Calvino era un grande estimatore di questo modo di esporre e nelle sue Lezioni Americane richiama la metafora del cavallo espressa a suo parere per la prima volta da Galileo:

Se il discorrere circa un problema difficile fosse come portar pesi, dove molti cavalli porteranno più sacca di grano che un caval solo, io acconsentirei che molti discorsi facessero più che uno solo; ma il discorrere è come il correre, e non come il portare, e un caval barbero solo correrà più che cento frisoni.


La prima tiratura del Sidereus, 550 copie, andò esaurita in meno di una settimana: l’ambasciatore inglese a Venezia, con lo spirito del cacciatore di notizie strane, si affrettò a inviarne una copia al re Giacomo I, comunicando che secondo lui il libro e il suo autore sarebbero presto diventati o straordinariamente famosi o straordinariamente ridicoli.

Così come aveva regalato il telescopio a Venezia, nel Sidereus Galileo offriva Firenze i satelliti di Giove, denominandoli Astri Medicei e aveva dedicato il libro al Granduca Cosimo II de’ Medici.

A Firenze il granduca Cosimo I, a metà del 500, aveva adattato la mitologia classica alla famiglia Medici e aveva proposto sé stesso come incarnazione del cosmo, come lasciava intendere il suo nome. E aveva convinto la cittadinanza fiorentina che i Medici erano destinati a strappare il potere alle altre famiglie aristocratiche, che avevano governato la città in modo molto contrastato. Come capostipite di questa nuova dinastia di potenti, Cosimo I si identificava anche con il pianeta Giove e riempì il Palazzo della Signoria, dove viveva e regnava, di affreschi che ribadivano questo tema.
Nessuna dedica poteva essere più gradita di quella di Galileo.

Ancor prima delle rivelazioni del telescopio Galileo aveva deciso di lasciare la città e tornare a Firenze, e questa dedica era una ottima carta da giocare durante le trattative per le condizioni del trasferimento.

Galileo aveva già in mente il disegno del “Dialogo sui Massimi Sistemi”, e dato che la sua giornata era divisa fra l’insegnamento e la risoluzione di problemi tecnici, cominciava a sentirsi compresso da una quotidianità che non gli lasciava il tempo di dedicarsi agli studi ai quali teneva di più.
Liberarsi dalle mille piccole incombenze e potersi dedicare allo studio era un sogno che il trasferimento a Firenze poteva rendere possibile.

Parallelamente a Venezia l’interesse per il cannocchiale era già esaurito, e gli studi astronomici di Galileo erano considerati come inutili “girandole”, di scarso profitto rispetto alla meccanica. Inoltre i contrasti con l’autorità della Chiesa avevano diviso la classe dirigente fra i fautori della piena indipendenza da Roma e il gruppo moderato e conservatore, devoto ai gesuiti e disposto al compromesso con la Chiesa. Da questi dissidi Galileo si tenne accuratamente in disparte, e non se ne trova traccia nei suoi scritti, tuttavia si instaurò un certo senso di disagio e si profilavano scelte imbarazzanti.

Nel 1610, anno di pubblicazione del Sidereus, Galileo lascia Padova, e viene nominato Primario Matematico e Filosofo del Granduca di Toscana, Cosimo II de’ Medici.

Per Galileo è certamente un trionfo, con qualche piccola ombra in tanta luce. A Padova, oltre alla carriera Universitaria, lasciò Marina Gamba e al suo ritorno a Firenze mise le figlie in convento – anche tenendo conto dei costumi del tempo rimangono scelte amare.

Da Venezia l’amico Sagredo si congratulava ma lo metteva in guardia sui vantaggi che perdeva in una lettera profetica: avrebbe mai trovato un clima di libertà e tolleranza come nella città che lasciava?

Il contrasto fra la chiesa e il copernicanesimo si fece più aspro, e nel 1616 le autorità ecclesiastiche decisero di censurare alcuni brani del De Rivolutionibus di Copernico – il che era già una concessione, il libro poteva essere bandito del tutto. Ad esempio, in una pagina della copia del De Rivolutionibus appartenuto a Galileo, il titolo del paragrafo “Dimostrazione del triplice moto della Terra” è cancellato, e corretto con la frase “Sulle ipotesi del triplice moto della Terra e la sua spiegazione“… Galileo fu messo in guardia dal parlare troppo energicamente in favore del sistema copernicano, anche se non gli venne impedito l’insegnamento dello stesso.

Il lavoro di Galileo degli anni trascorsi a Firenze portò infine alla pubblicazione del Dialogo sui Massimi Sistemi nel 1632.

Nel frontespizio del Dialogo è rappresentata una disputa cosmologica fra Aristotele a sinistra, Tolomeo in centro e Nicolò Copernico a destra – quest’ultimo reca in mano un simbolo dell’eliocentrismo.

Dopo una serie di discussioni precedenti con il papa Urbano VIII, Galileo si era accordato per scrivere un resoconto neutrale sui sistemi Tolemaico e Copernicano, ma il Dialogo era tutt’altro che imparziale. Il dialogo è sostenuto da tre personaggi: un copernicano, un ottuso ed ostinato seguace di Aristotele e di Tolomeo e un personaggio imparziale che dovrebbe essere persuaso da una delle due teorie.

Le condizioni imposte per la pubblicazione sono osservate solo in parte e le vere opinioni di Galileo emergono chiaramente. Il copernicano appare il migliore dei tre mentre l’aristotelico viene caratterizzato come irrimediabilmente stupido.

Le ipotesi di Galileo espresse nel libro vanno ben al di la delle teorie copernicane tanto da portare all’apice la controversia con la chiesa; nel 1632 la vendita del libro fu proibita ed il suo contenuto sottoposto all’ esame di una commissione speciale (il tribunale dell’Inquisizione) che nel 1633 lo processa per eresia e lo condanna al carcere a vita. Galileo trascorse gli anni successivi agli arresti domiciliari in una villa ad Arcetri, vicino a Firenze, continuando a lavorare, a scrivere, a pubblicare all’estero. Divenne quasi cieco nel 1638 e continuò a scrivere opere e lettere, dettandole ad alcuni devoti discepoli, fra cui il faentino Evangelista Torricelli, una stella di prima grandezza della fisica del ‘600.

Muore nel 1642.