di Gabriele D’Orazio
Introduzione:
L’imaging planetario è un ramo dell’astrofotografia assolutamente affascinante, probabilmente l’unico che si possa praticare con successo anche dai cieli cittadini inquinati.
Questo permette all’astrofilo di avere molte possibilità di dedicarsi alla propria passione e di farlo con una certa continuità, inoltre consente di poter partecipare a progetti di ricerca, fornire le proprie immagine ed il proprio contributo ad enti che operano in tale ambito.
Credo onestamente che difficilmente si possa rimanere indifferenti alla vista degli anelli di Saturno o alla dinamica e cangiante maestosità dell’atmosfera di Giove, o alla danza dei suoi quattro satelliti principali, particolari che attualmente possono essere colti da semplici telescopi amatoriali dal diametro contenuto.
Quando mi è stato chiesto di far parte di questo meraviglioso progetto ho iniziato a pensare a quale potesse essere il primo argomento da trattare, a cosa dare la priorità, durante una delle riunioni svoltasi
per tracciare le linee guida, mi è stato chiesto da Fabio Mortari ‘’..Qual è la prima cosa che consiglieresti ad una persona che vuole avvicinarsi a questo mondo?’’, risposi di getto che gli avrei consigliato, assolutamente, di rivolgersi ad una associazione astrofili o a qualche conoscente competente, perché
approcciarsi ad una nuova disciplina è sempre complicato e muovere i primi passi da soli non è semplice per nulla, anche se ad oggi molte informazioni si possono reperire in rete, serve comunque un minimo di esperienza e competenza per filtrare ciò che è utile da ciò che non lo è per nulla e anzi a volte deleterio.
Riflettendo poi a freddo ho voluto raccogliere un po’ le idee, evidenziare alcuni concetti e problematiche che ci si trova ad affrontare nelle fasi iniziali e nel farlo ho deciso di prendere come esempio il mio vissuto.
Nel 2014 decisi di praticare l’astrofotografia planetaria in maniera seria, lo feci spinto dalle meravigliose immagini di Giove pubblicate su facebook da un caro amico e ottimo astrofilo, mi rivolsi immediatamente a lui per consigli ed idee, dovevo partire praticamente da zero, possedevo solo il mio vecchio Newton Kaewa 114/900 manuale, inservibile allo scopo.
Abitando a Roma in un appartamento con un piccolo balconcino esposto a Nord, avevo come unica alternativa quella di portare la strumentazione sul terrazzo condominiale, questo mi ha fatto capire che una delle priorità è orientarsi su un setup funzionale, il migliore in definitiva è quello che si può utilizzare facilmente e spesso, nel mio caso in particolare l’attrezzatura doveva essere trasportabile, non eccessivamente ingombrante e assemblabile senza grosse difficoltà da solo e in un lasso di tempo abbastanza breve.
Per la fotografia planetaria in alta risoluzione è opportuno dotarsi di un telescopio dal diametro generoso, non meno di 15cm, perché semplificando molto le cose, è proprio il diametro a determinare il potere
risolutivo ed è un parametro costruttivo non modificabile, la focale è ovviamente importante ma si può variare utilizzando lenti di barlow opportune.
Questo significa che è preferibile orientarsi verso schemi ottici a specchi, poiché i costi di produzione più bassi, permettono di acquistare strumenti con diametri superiori ai 20cm a prezzi piuttosto contenuti, di contro un rifrattore di qualità con diametro superiore ai 15cm è uno strumento dal costo proibitivo e dalle dimensioni notevoli.
Personalmente scelsi il Celestron C8, 203mm di diametro e 2032mm di focale, su montatura equatoriale celestron cg5 gt advanced, come camera la qhy5l colore, economica e dalle buone prestazioni.
Scelta la strumentazione avevo bisogno delle nozioni per poterla utilizzare, studiando, documentandomi a fondo, chiedendo consigli e sperimentando ho iniziato a riprendere le prime immagini, in realtà i primi
filmati, perché non è un punta e scatta, l’immagine finale viene ottenuta dopo un processo elaborativo che parte dall’analisi dei filmati raccolti attraverso software dedicati.
Ben presto mi sono dovuto rapportare con fattori quali: seeing, acclimatamento, collimazione, scelta della
giusta finestra osservativa, software per l’acquisizione e per l’elaborazione etc. ,una montagna di nuove e
stimolanti nozioni, così tante da far girare la testa, problemi sempre nuovi da affrontare e risolvere per ottenere l’immagine voluta, un intero nuovo mondo che può disorientare e atterrire se preso per il verso sbagliato.
Bisogna procedere cauti, non sempre le prime ciambelle verranno con il buco ed anzi qualche volta tutto sembreranno meno che ciambelle, ma le soddisfazioni non tarderanno ad arrivare.
Essere coscienti di ciò è fondamentale, non tutto si potrà sistemare velocemente.
Affinché il risultato sia gradevole, ogni tassello deve essere messo al posto giusto, ogni fase svolta con attenzione e perizia.
Credo di aver fatto un pò tutti gli errori tipici, da quelli in fase di ripresa a quelli in fase di elaborazione, ma ritengo che siano importanti, fanno parte del percorso.

Con il tempo ho maturato la convinzione che bisogna avere cura di :
1) Pianificare la sessione di ripresa:
la sessione di ripresa inizia giorni prima con lo studio delle condizioni meteo, diversi sono i siti e le applicazioni utili allo scopo, ne segnalo un paio, meteoblu.com e skippysky.com, sono da prendere con le molle ma forniscono informazioni utili circa vento, copertura nuvolosa, velocità del jetstream e
seeing.
Applicazioni come stellarium, skysafari, ma anche l’ottimo sito di Marco Menichelli:
www.marcomenichelli.it sono utili per verificare le effemeridi del pianeta oggetto delle nostre riprese, è altamente raccomandabile effettuare le riprese quando il pianeta è nei pressi del culmine, questo perché maggiore è l’altezza rispetto all’orizzonte e minore è l’effetto negativo della turbolenza.


2) Studiare il soggetto che si vuole riprendere:
Ogni pianeta necessita di un differente approccio, conoscere bene le caratteristiche fisiche del corpo celeste è parte fondamentale del processo di imaging.
Pretendere ad esempio di risolvere dettagli sulla superficie di Venere nelle lunghezze d’onda del visibile è utopia, poiché il pianeta è completamente avvolto da una fitta e spessa coltre di nubi che ne cela interamente la superficie, le cose cambiano se si decide di riprendere nell’infrarosso o nell’ultravioletto,
tali lunghezze d’onda infatti mettono in evidenza le complicate e affascinanti trame delle nubi venusiane.
Inoltre ogni pianeta ruota attorno al proprio asse con una differente velocità e questo in relazione al diametro del telescopio utilizzato limita la finestra di ripresa utile, prima che la rotazione possa inficiare le immagini raccolte.
Problematica ovviamente non presente se si decide di riprendere la Luna.
3) Portare fuori il telescopio diverso tempo prima per permettere un buon acclimatamento: quanto prima dipende principalmente dal delta termico, dalle dimensioni del tubo e dallo schema ottico, tubi chiusi necessitano ovviamente di un tempo di acclimatamento maggiore.
Se l’aria all’interno del tubo non è in equilibrio termico con l’esterno si formeranno dei moti convettivi, con conseguente deformazione delle immagini e perdita di qualità.
Soprattutto se si è in città bisogna valutare bene in quale punto del balcone/ terrazzo, posizionare lo strumento, ostacoli come il tetto o le pareti dell’edificio possono creare, in presenza di correnti d’aria, moti turbolenti e seeing locale non buono. Condizionatori, superfici metalliche e non, esposte a lungo durante la giornata ai raggi del Sole (specie in estate) rilasciano calore, che genera turbolenza.
Le automobili che passano sulle strade adiacenti creano vibrazioni, tali vibrazioni, delle quali non ci accorgiamo minimamente, vengono invece tremendamente amplificate dalla strumentazione e possono
disturbare in maniera significativa le riprese.
4) Collimare con cura il telescopio:
è un’operazione che personalmente svolgo all’inizio di ogni sessione di ripresa, con tutto il treno ottico
montato, direttamente dallo schermo del pc.
È opportuno scegliere una stella non troppo luminosa e possibilmente vicina al pianeta, questo per evitare che durante il moto del telescopio le ottiche possano perdere la centratura.
5) Avere un hd capiente: ogni filmato potrebbe avere le dimensione di qualche giga, le riprese lunari di diversi giga e riempire la memoria in breve non è inusuale.
Avere pazienza, le condizioni del seeing possono variare molto nell’arco della serata, vale assolutamente la pena non avere fretta, rimanere davanti allo schermo del pc e seguire l’evoluzione delle condizioni
osservative, spesso eseguo dei sondaggi, effettuando alcune riprese di prova che vado ad elaborare velocemente per verificarne le potenzialità, trovo il Quality Graph di Autostakkert molto significativo.
Non è inusuale alle nostre latitudini che le condizioni varino di molto nell’arco della serata.
Per questo un hd capiente è da preferire, riprendere numerosi filmati in un arco di tempo abbastanza ampio ,aumenta la probabilità che fra essi possano esservene alcuni di ottima qualità.
Del resto però è inutile insistere quando le condizioni sono palesemente sfavorevoli.

Conclusioni:
Lo scopo dell’articolo era quello di fare una veloce panoramica sulle problematiche, spesso inaspettate, che ci si trova ad affrontare durante e prima delle sessioni di ripresa.
