Quando si parla di astrofotografia, l’immaginario collettivo, e spesso anche quello degli addetti ai lavori, corre immediatamente al cielo notturno: nebulose, galassie, pianeti, scie stellari. Eppure, l’astrofotografia nasce prima di tutto come osservazione del moto apparente degli astri, e in particolare del Sole, il corpo celeste che più di ogni altro scandisce il tempo, modella la luce e interagisce fisicamente con il nostro ambiente.
L’immagine qui discussa, recentemente (20/12/25) selezionata come Astronomy Picture of the
Day dalla NASA, non mostra il Sole, non mostra il cielo, e non è stata realizzata con
strumentazione astronomica. E tuttavia è, a tutti gli effetti, una fotografia astronomica.

Il moto apparente come fenomeno osservativo
Durante l’anno, l’arco apparente percorso dal Sole nel cielo cambia quotidianamente: si alza e si amplia dal solstizio d’inverno a quello d’estate, poi si abbassa e si restringe nel percorso inverso.
Ma nei giorni immediatamente precedenti e successivi ai solstizi, questa variazione diventa
estremamente lenta. L’arco solare resta quasi invariato per più giorni consecutivi: da qui
l’etimologia del termine solstizio, dal latino solstitium, “Sole fermo”.

Quando il cielo non è nell’inquadratura
La fotografia in questione è stata scattata lungo una pista ciclabile a Peaio (Bl), un piccolo centro del Cadore circondato dalle Dolomiti. L’inquadratura mostra una porzione di asfalto ricoperta di brina, su cui compare l’impronta geometrica di una staccionata. Non si tratta di segnaletica dipinta, né di un intervento umano.
È il Sole ad aver “disegnato” quella figura.
In inverno, in un contesto montano, l’arco apparente del Sole è così basso da restare nascosto dietro le creste per gran parte della giornata. Il Sole compare solo per brevi intervalli, sempre lungo lo stesso identico percorso e con un’irradiazione debole e radente. Questo breve passaggio è sufficiente a sciogliere la brina nelle zone illuminate, ma non in quelle che restano costantemente in ombra.
Il risultato è una mappa negativa dell’ombra: dove la luce arriva, la brina scompare; dove l’ombra persiste, la brina rimane. Giorno dopo giorno, lungo lo stesso arco solare, l’effetto si ripete e si rafforza.
Tra astrofotografia di paesaggio e fotometeore
Questa immagine si colloca in una zona di confine particolare: è allo stesso tempo astrofotografia di paesaggio e documentazione di un fenomeno ottico atmosferico, una fotometeora.
Da un lato, il paesaggio non è un semplice sfondo, ma un elemento attivo dell’osservazione: le
montagne delimitano l’arco solare, la staccionata genera l’ombra, il suolo ricoperto di brina diventa il supporto sensibile su cui il fenomeno si manifesta. In questo senso, l’immagine rientra pienamente nell’astrofotografia di paesaggio, dove l’interazione tra cielo e Terra è parte integrante del racconto scientifico.
Dall’altro lato, il fenomeno osservato è una diretta conseguenza dell’interazione tra radiazione
solare, atmosfera e superficie terrestre. La brina che fonde selettivamente, l’ombra che persiste, il contrasto termico e luminoso sono tutti elementi tipici delle fotometeore: fenomeni ottici
atmosferici che non appartengono né esclusivamente all’astronomia né esclusivamente alla
meteorologia, ma al loro punto di contatto.
L’immagine diventa così un esempio concreto di come l’astrofotografia possa estendersi oltre la ripresa degli astri, includendo anche la documentazione dei loro effetti fisici e ottici sull’ambiente.
Tracciare solstizi ed equinozi con la fotografia puntando il cielo
Ho impiegato molto tempo per riuscire a rappresentare fotograficamente il moto apparente del Sole e delle stelle in relazione ai solstizi e agli equinozi.
Alcuni di questi lavori hanno richiesto una lunga fase di progettazione, una cattura diluita nel tempo e un’elaborazione altrettanto paziente. In tutti i casi, l’obiettivo non era quello di fissare un singolo istante, ma di rendere visibile il tempo astronomico attraverso una traccia.
Uno dei metodi più noti e diretti è la fotografia dell’analemma solare, in cui la posizione del Sole viene registrata sempre alla stessa ora nel corso di un anno. L’analemma è una vera e propria firma geometrica del moto apparente del Sole. Nel mio lavoro Amplitude and Analemma at Sunset, l’analemma non viene ripreso nelle ore centrali della giornata, ma al tramonto, mettendo in relazione il percorso stagionale del Sole con l’orizzonte e con il paesaggio. Un anlaemma che si adagia sull’orizzonte…che si prepara per la notte.

Un approccio affine, ma più legato all’orizzonte, è quello che riguarda l’ampiezza di alba e
tramonto, ovvero lo spostamento dei punti di levata e di occaso del Sole lungo l’orizzonte nel corso dell’anno. Nel lavoro Sunsets: Winter Solstice – Summer Solstice, questo movimento viene reso evidente mostrando come il Sole raggiunga gli estremi proprio nei giorni dei solstizi, mentre agli equinozi tramonta esattamente a Ovest. La fotografia diventa così uno strumento per visualizzare un concetto astronomico spesso astratto attraverso riferimenti geografici concreti.

Nella foto rappresentativa dei cerchi di declinazione solare, realizzata in collaborazione con
Giuseppe De Donà, la traiettoria del Sole nei giorni degli equinozi e dei solstizi viene mostrata
come un insieme di archi distinti, che rendono immediatamente percepibile l’altezza massima del Sole e la simmetria stagionale del suo moto apparente. Anche qui, il paesaggio non è un semplice sfondo, ma un sistema di riferimento indispensabile.

Accanto al Sole, anche le stelle permettono di raccontare solstizi ed equinozi. Nei lavori dedicati alla stella Polare, come Il Polo Nord Celeste in 24 ore durante il solstizio d’inverno e quello incentrato sull’equilux, la Polare, apparentemente immobile, diventa un riferimento per visualizzare la rotazione terrestre e la geometria del cielo in momenti chiave dell’anno.



Un approccio ancora diverso è quello della “Soligrafia del monte Pelmo” Questa immagine è una composizione di 15 tramonti ripresi da un punto di osservazione fisso nelle Dolomiti Venete tra gennaio e febbraio 2018. Dopo il solstizio d’inverno, lo spostamento progressivo dell’azimut di tramonto del Sole ha fatto sì che il disco solare intersecasse porzioni diverse del profilo montuoso, rivelandone creste e pendii. Ogni Sole segna l’istante esatto in cui la luce ha disegnato la silhouette rocciosa. Non una simulazione, ma una ricostruzione temporale: il profilo di una montagna scritto dal moto apparente del Sole, un tramonto alla volta.

Tutte queste tecniche, pur diverse tra loro, hanno un elemento comune: non mostrano
semplicemente un astro, ma rendono visibile una relazione. Relazione tra tempo e spazio, luce, tra cielo e Terra.
La sensibilità dell’astrofotografo
Il Solar Tattoo è un esempio dello stesso principio. Il Sole non viene fotografato direttamente: è il suo passaggio, ripetuto giorno dopo giorno, a lasciare un segno nell’ambiente.
Il terreno diventa così una sorta di supporto sensibile, su cui il fenomeno astronomico si imprime sotto forma di traccia.
Alla fine, ciò che conta non è tanto dove si punta l’obiettivo, ma che cosa si sceglie di osservare.
Questa immagine non nasce da una pianificazione strumentale, ma da uno sguardo attento. Credo che l’astrofotografo, prima ancora di essere un tecnico, dovrebbe essere un osservatore attento ai cicli, alle ripetizioni, alle geometrie della luce…sensibile a quelle variazioni minime che, sommate nel tempo, diventano leggibili e l’astrofotografia non è confinata al cielo. A volte, per leggere il cielo, basta guardare a terra.
