Vecchia e nuova archeoastronomia

Un recente lavoro fa sentire l’urgenza di operare un taglio netto con la vecchia archeoastronomia e di richiedere agli studiosi in questo campo di munirsi inderogabilmente di un metodo preciso.

Per prima cosa va detto che il lavoro da cui prendiamo spunto (che cerca di identificare le costellazioni di Orione, Scorpione, Cassiopea e anche le Pleiadi nelle  29 scalfitture artificiali di una pietra rinvenuta nel Castelliere di Rupinpiccolo (TS)) è stato prodotto da un archeologo e un astrofisico e pertanto non è loro imputabile di aver ceduto alla tentazione di seguire false piste, dato che non sono formati come archeoastronomi. Non c’è nulla di strano, cioè (e non è certo la prima volta che succede) che studiosi anche validissimi nei propri campi abbiano prodotto lavori archeoastronomici che poi sono risultati deboli venendo ritirati dalle riviste su cui erano stati pubblicati. È quello che ci si può aspettare mettendo le mani in un ambito sconosciuto e gli studiosi coinvolti hanno tutta la nostra comprensione. Anche io se operassi al cuore qualcuno farei facilmente un disastro, ma non mi si potrebbe chiedere altrimenti non essendo io un chirurgo!

Il vero motivo per cui citiamo quel lavoro è che in una sola volta sono stati percorsi insieme diversi dei luoghi comuni di quella che dobbiamo considerare la “vecchia archeoastronomia”, ed esso diventa così un caso esemplare utile da studiare da parte di chi voglia evitare alcuni di quei vizi che hanno appesantito la ricerca in questo campo fino a tempi recenti.

Il primo e più importante (ma, anche volendo, è difficile fare una classifica) è il voler riconoscere costellazioni in un insieme di punti rinvenuti in siti o su reperti archeologici. Ai miei lettori appassionati di archeoastronomia: non lo fate.
Questo è successo innumerevoli volte: chi legge conosce non si sa quante presunte identificazioni tra “puntini” e stelle. E sa pure che nessuno di quei lavori ha fatto archeoastronomia. [*]

Ma anche ignorando questo dato, che è di cultura archeoastronomica e quindi non si può pretendere sia noto a tutti, esistono considerazioni di buon senso che sconsiglierebbero a chiunque, anche a un non archeoastronomo, di cercare costellazioni in una congerie di punti ritrovati in un reperto archeologico. Si pensi alla pareidolia, ovvero alla nostra capacità di trovare una somiglianza tra un pattern casuale e qualche forma nota. Ci succede continuamente di vedere volti, simboli, figure di ogni sorta in nuvole, rocce, vegetazione, oggetti lontani o vicini. Allo stesso modo siamo anche in grado di riconoscere costellazioni in un gruppo di punti sparpagliati a caso.

Qui il problema, come ricordo sempre, non è che dobbiamo sottrarci a questo riconoscimento. È giusto riconoscere e trovare somiglianze. Il primo passo di ogni ipotesi archeoastronomica è sempre immaginativo. Il punto è che poi dobbiamo fermarci a riflettere e verificare se quello che abbiamo trovato non possa essere giustificato dal puro e semplice caso.
Purtroppo questo, nello studio in questione, non è successo e gli autori, seguendo un cliché consolidatissimo, un vero stereotipo, hanno proseguito nelle identificazioni: altri punti, altre costellazioni.

Questa fase è un’occasione preziosa (lo dico ai lettori appassionati della materia) perché consente a un certo punto di rendersi conto che la premessa era sbagliata, cioè che la prima identificazione era una falsa partenza. Se vedo che solo i primi punti potevano suggerire la somiglianza con una costellazione, e con gli altri devo faticare per trovare somiglianze (e magari alcuni punti restano fuori), allora mi rendo conto che l’ipotesi era sbagliata, mi fermo e mi dedico a qualcos’altro di più produttivo. Probabilmente molti bravi e coscienziosi archeoastronomi hanno fatto questo innumerevoli volte. Qualcuno però, sopraffatto dall’entusiasmo, manca l’occasione per fermarsi e va avanti pubblicando un lavoro destinato all’oblio.

A questo punto, normalmente chi “prosegue” pubblica le sue identificazioni raffazzonate e si ferma lì. Cioè, non avvertendo lo sforzo nell’associare punti a stelle, non vedendo che le corrispondenze sono ballerine, imprecise e poco convincenti, pubblica il lavoro (col risultato di far perdere del tempo agli addetti ai lavori) senza ulteriori aggiunte. Non so dire quante ricerche sono andate così, dai puntini ritrovati nelle grotte del Paleolitico ai monumenti di città rinascimentali che in pianta venivano associati a costellazioni, tutti catasterizzati con fatica erculea.

In alcuni casi però, i propositori sono andati oltre: non si sono fermati alla fatica dell’identificazione ma hanno utilizzato la statistica per provare che le associazioni reggono. (Successe ad esempio con la ricerca sulla Stele della Volpe di Gobekli Tepe, probabilmente la più ricca raccolta di errori archeoastronomici mai prodotta).
Per fortuna qui posso tagliare corto e rimandare il lettore all’infinita letteratura dedicata alla facilità con cui si possono prendere abbagli con la statistica (come disse George Canning, “Con la statistica posso dimostrare qualsiasi cosa… tranne la verità”, o, con Mark Twain, “esistono tre tipi di bugie: le bugie, le bugie stramaledette e la statistica”; ma si cerchi “uso sbagliato della statistica” per verificare in quali modi impensabili la statistica può ingannarci), e in particolare agli articoli dedicati al p-value (utilizzato nello studio citato in apertura), considerato dall’American Statistical Association “uno strumento della statistica il cui abuso sta mettendo in crisi la scienza”.
In questi casi vediamo sistematicamente che la statistica prova con numeri schiaccianti (milioni a uno) che l’associazione puntini-costellazioni è intenzionale. Peccato che sia una statistica applicata a premesse arbitrarie, per cui il risultato non è meno arbitrario e insignificante. [**]

E qui si conclude la nostra chiosa epistemologica: il “nuovo” archeoastronomo non deve abbandonarsi a cercare costellazioni in “punti” trovati qua o là, e non deve farsi venire in mente che la statistica possa confermare risultati che il buon senso rigetta. E non dovrebbe fare nemmeno una lunga serie di altre cose ben attestate nella letteratura passata, ma adottare al loro posto precauzioni dettate dalla logica: si impara dagli errori e si cerca di evitarli.

[ Paolo Colona ]